IL TEAM  E.P.A.S. SEZIONE DI PIACENZA PRESENTA LA NASCITA DELLA SEZIONE UFOLOGICA CURATA DALLO SCRITTORE, RICERCARTORE FORTIANO E UFOLOGO STEFANO PANIZZA (UFOLOGO UFFICIALE DELL’ASSOCIAZIONE E.P.A.S. DELL’ISTITUTO NAZIONALE DI RICERCA E STUDIO DEI FENOMENI PARANORMALI) NEO RICERCATORE E COLLABORATORE DELLA SEZIONE PIACENTINA E DAL RICERCATORE E APPASIONATO DI ENIGMI E LEGGENDE MISTERIOSE CRISTIAN GIRANDOLA.

 

STEFANO PANIZZA CLASSE 1963 NATO A ZIBELLO (PR) RICERCATORE DEL MISTERO, DELLA SCIENZA E DELLA STORIA . STUDIOSO DI UFOLOGIA E SCRITTORE HA COLLABORATO CON DIVERSI MASS MEDIA LOCALI E NAZIONALI, SITI WEB, RIVISTE SPECIALIZZATE E COME RELATORE IN MOLTEPLICI CONFERENZE DI INTERESSE STORICO – CULTURALE.  HA AL SUO ATTIVO LE SEGUENTI PUBBLICAZIONI: MISTERI DI PARMA VOL. I -II ED ENIGMI DI PARMA.

       

CRISTIAN GIRANDOLA CLASSE 1984 NATO A CASTELSANGIOVANNI  GRAZIE AL SUO SPIRITO DI INIZIATIVA E ALLA SUA PASSIONE E’ STATA COSTITUITA LA SEZIONE PIACENTINA  DELL’ASSOCIAZONE E.P.A.S. NELL’ANNO 2015 – RICERCATORE E STUDIOSO DI MITI E LEGGENDE .

Perché occuparsi di ufologia?

Perché occuparsi di ufologia?

di Stefano Panizza

La domanda è legittima. In fondo, fenomeni paranormali ed ufologia sembrano due realtà misteriose, sì, ma piuttosto distanti le une dalle altre. Apparentemente…
In realtà, il confine che le separa è piuttosto labile, se non addirittura inesistente. Vediamo di ragionarci sopra.
Partiamo da una semplice domanda. Che cos’è un UFO? Chiunque vi dirà: “ma è un oggetto volante non identificato!”, come suggerisce l’acronimo stesso. Proviamo a ragionare un attimo su questa veritiera definizione. Ad esempio, ed in altre parole, potremmo dire che un UFO “è tutto quanto sta per aria e che non si sa cosa sia”. Se riflettiamo un attimo sulle singole parole, ci accorgeremo che la definizione è alquanto generica e possibilista. Non si parla di come esso debba apparire, a che altezza, di che dimensioni, che colore è necessario mostrare, quale velocità occorre che abbia, etc. per meritarsi l’appellativo di UFO.
In altre parole, il termine UFO è un “calderone” dentro il quale si possono infilare un sacco di cose (comprese le “astronavi aliene”, secondo il comune ma errato modo di sentire della gente).
Veniamo ora al significato di “paranormale”. E, qui, le difficoltà aumentano. Perché sembra non esistere una dichiarazione universalmente accettata. Diciamo che potrebbe essere “tutto quanto è contrario alle leggi naturali scientificamente riconosciute”. Quindi, telepatia, chiaroveggenza, apparizioni spiritiche, fantasmi, miracoli, esperienze di premorte, anomalie ambientali, etc. Insomma, forse il “calderone” è ancor più ampio che in ambito ufologico.
A questo punto, il dire che un certo fatto rientra nell’ambito UFO, piuttosto che paranormale, sembra una scelta decisamente arbitraria.
Per dimostrare che le cose stanno realmente così, possiamo fare infiniti esempi.
Ricordiamo quel caso inglese, citato dalla letteratura spiritista, che parla di una nube luminosa apparsa all’interno di una stanza e verso il soffitto, colta da un paio di testimoni. Uno dei due, si convinse che fosse lo spirito della madre morta. Ma non è forse una cosa che “sta per aria e non si sa cosa sia”? Cioè, non è un UFO, secondo la più classica delle definizioni?
Oppure, sempre in ambito paranormale, si racconta che, a volte, durante le sedute spiritiche si manifestano delle luci misteriose che svolazzano per la stanza. Se non sono UFO pure queste?…
Continuiamo.
Tante sono le testimonianze raccolte in ambito ufologico di avvistamenti di apparenze luminose nei pressi di cimiteri, tanto da far ipotizzare che presunti extraterrestri (ripetiamo, nell’immaginario collettivo arbitrariamente collegati agli UFO) abbiano un qualche interesse per i cadaveri sepolti da poco (sì, la faccenda ha delle tinte macabre, ma tant’è). Ebbene, perché non parlare, invece, di anime o spiriti ancora legati alla vita terrena e, quindi, al proprio involucro materiale che non vogliono lasciar andare?
E che dire delle così dette “esperienze di premorte”, così simili ai dichiarati “rapimenti alieni” e non solo nelle manifestazioni esteriori, ma anche nelle conseguenze? Perché, in entrambi i casi, si legge che i soggetti possano sviluppare facoltà paranormali.
Se si scende in ambito testimoniale, poi, si rischia di “fare notte”. Un esempio per tutti: le “apparizione mariane”. Per chi ha fede (e spesso per i testimoni stessi), una reale e confortante presenza della Madre Celeste, per certi ufologi un inganno perpetrato da una “intelligenza” molto “carne ed ossa” che realizza dei neanche tanto sofisticati ologrammi.
Infine, scendiamo in un ambito prettamente tecnico e con un altro esempio. Se durante un’indagine notturna all’interno di un castello, che “si dice” infestato, la macchina fotografica registra un’anomalia luminosa che svolazza nel cortile, come la si interpreta? A questo proposito, è bene ricordare che la strumentazione d’indagine è in gran parte sostanzialmente sempre la stessa, visto che, alla fine, si tratta comunque di analizzare fattori ambientali e materiale videofotografico.
In conclusione, UFO e paranormale sono delle semplici etichette che nascono più dalla soggettiva aspettativa ed interpretazione del ricercatore e del testimone che da una reale specificità dei fatti.
Quindi, il nostro scopo è ricercare, analizzare ed interpretare “anomalie”, al di là del nome che a queste vogliamo dare. E per far questo occorre conoscere tutto quanto comprende il mondo del “mistero”, ovviamente, ufologia compresa.

 Le immagini sono delle rielaborazioni a cura dell’autore tratte dalla casistica ufologica parmense.

Cosa significa “fare ufologia”?

Cosa significa “fare ufologia”?

 

di Stefano Panizza

 

Nel precedente articolo abbiamo spiegato le difficoltà a suddividere il mondo del “mistero” in categorie ben definite. Questo perché i fatti e le testimonianze sono quasi sempre incerti nella loro definizione. Insomma, ad esempio, una figura biancastra ed antropomorfa può essere un fantasma, un alieno, un angelo, un animale misterioso, la Madonna, etc a seconda di chi sia il testimone ed il relativo ricercatore.

Premesso questo, vediamo quale potrebbe essere il miglior approccio possibile al mondo degli UFO, cioè a quello delle “strane cose che volano”.

Partiamo con il dire che il discorso è piuttosto complesso. Perché non c’è una scuola in cui si possa acquisire il diploma da “ufologo”. Quindi, non può esistere una sola ufologia. Infatti, ne abbiamo di tante tipologie, ognuna con un suo approccio specifico, quasi tutte rispettabili.

A questo punto, vediamo quale è il nostro, di questi approcci possibili.

Sicuramente occorre essere competenti in tutte quelle materie che, più o meno direttamente, possono interferire con l’ufologia. Alcune risultano ovvie, come l’astronomia, cioè lo studio dei fenomeni celesti (potrà sembrare poco credibile, ma tanti avvistamenti ufologici sono cattive interpretazione di stelle e pianeti). Altre un po’ meno, come la psicologia, in realtà fondamentale per un corretto ed onesto approccio al testimone (il racconto è figlio di una serie quasi infinita di componenti di non facile ponderazione).

Ma l’ufologia stessa è materia multidisciplinare. C’è chi si occupa della raccolta delle testimonianze e di capire “chi sia” il testimone stesso (aspetto tanto importante quanto il racconto), chi del lato più prettamente storico (i così detti “casi famosi”), chi di trovare correlazioni fra tutto il materiale ufologico prodotto (le “costanti”) e fra questo ed argomenti apparentemente (ma illusoriamente) lontani (ad esempio, la letteratura spiritista). E non solo questo, ma occorre tener presente l’aspetto culturale (l’ufologia è anche un fenomeno di costume, una religione, un affare economico). Senza dimenticare il lato più prettamente scientifico, cioè l’analisi delle evidenze fisiche (materiale rinvenuto, tracce al suolo, fotografie, video) e quello proattivo (cioè, il monitoraggio notturno e diurno del cielo).

Insomma, “fare ufologia”, cioè studiare e raccontare il relativo fenomeno nei suoi molteplici aspetti, è davvero un lavoro complesso e per questo non può che essere una faccenda di squadra. E lo faremo tramite pubbliche conferenze e le pagine di questo sito web, con articoli sia metodologici (cioè, sul lato teorico e di approccio alla materia) che testimoniali (vale a dire, indagati personalmente), allo scopo di far emergere quanto di “anomalo” dovesse saltar fuori.

Il problema della testimonianza in ambito ufologico – parte 1

di Stefano Panizza

È inutile che giriamo attorno al problema. Nella stragrande maggioranza dei casi, non rimane che la sola dichiarazione del testimone. Raramente ci sono tracce fisiche da analizzare (in ogni caso, non facilmente riconducibili all’evento testimoniato) e le poche immagini fotografiche e video sono di difficile interpretazione (poi, diciamolo francamente, si tratta per lo più di falsi, più o meno evidenti o di cattive identificazioni di eventi ordinari).

Quindi, occorre capire come trattare al meglio le parole di chi assicura di essere stato protagonista di un  misterioso episodio, perché altro non c’è. E qui cominciano i problemi, anzi, grossi problemi.

Partiamo con il dire che il tutto è indubbiamente legato alla memoria. È intuitivo che questa stia alla base dell’intero evento, perché sta nella fase intermedia fra la visione iniziale ed il racconto finale. Vediamo di dettagliare meglio questo punto fondamentale.

Quando una persona “vede” ha necessità di capire quanto sta osservando. È un processo automatico. E, per far questo, paragona la visione a qualcosa di già conosciuto e contenuto nella sua memoria. Come è facilmente intuibile, ognuno di noi ha un “archivio” personalizzato, figlio del proprio vissuto. Ad esempio, un aborigeno australiano, alla vista di un aereo parlerà di un “grosso uccello” perché non ha conoscenza e, quindi, memoria, di un aeroplano.

A quanto sopra, si aggiunge un’altra importante discriminante: ognuno di noi si approccia alla medesima apparenza con un atteggiamento diverso. In altre parole, è l’attenzione ad essere discorde che, a sua volta, dipende dall’interesse provato, da quello che si sta facendo, dal proprio stato d’animo, etc. E questo tralasciando il banale discorso legato alla singola capacità visiva.

Insomma, se due persone, poste l’una di fianco all’altra, osservano il medesimo oggetto alto e lontano nel cielo, è possibile che lo descrivano in modo diverso (senza considerare quanto riportato dalla letteratura ufologica, che scrive di visioni personalizzate, cioè “io lo vedo e tu non vedi niente”).

A questo punto, scatta la memorizzazione dell’evento. Cosa facile? Mica tanto…Innanzi tutto,la capacità è legata ad indubbi problemi fisici. Detto in altre parole, i bambini e gli anziani memorizzano peggio che un adulto, così come un’intensa attività intellettiva tiene in costante allenamento questa facoltà. E, questo, senza considerare chi ha subito traumi cranici, chi fa uso di sostanze stupefacenti, etc. Ma, anche più banalmente, è il semplice interesse verso il ricordo che influisce sulla capacità di recuperarlo.

Bene… ora è venuto il momento di esplicitare quanto è tornato alla mente del testimone, perché l’ufologo è curioso di sapere come è andata…

E il nostro benemerito teste, cosa fa? Apre idealmente il “cassetto” dentro la propria testa e tira fuori il ricordo del fatto? Proprio per nulla…

Perché il ricordo è come un puzzle, dove ogni suo tassello viene recuperato in punti diversi del cervello. Cioè, “il colore è qui”, “la forma è là”, “il rumore si trova laggiù”, etc.

Insomma, il ricordo è la ricostruzione di un fatto, un assemblaggio delle sue componenti sparse in giro per la scatola cranica. E, come è facile intuire, non sempre il montaggio avviene correttamente. A volte, si dimenticano dei pezzi, in altre, se ne aggiungono dei nuovi che non c’entrano nulla con l’evento sperimentato. Morale, ogni volta che il testimone racconta il medesimo fatto, questo avrà connotati diversi. E più passa il tempo e più il recupero sarà difficoltoso. Insomma, per il testimone “parlarne troppo”, non fa che peggiorare la qualità del suo ricordo.

A questo punto, non rimane che il quarto passaggio di una testimonianza: la transizione tra il recupero ed il racconto verbale. Sembra un aspetto scontato, ma non lo è affatto. Perché occorre rispondere ad una fondamentale domanda. E, cioè, perché il testimone dovrebbe raccontarvi quello che ha visto?

E qui “si apre un mondo”. C’è colui che vuole sinceramente capire cosa gli sia capitato. Situazione ideale, ma non sempre presente. C’è chi vuole essere al centro dell’attenzione. Non buono… Ci sono coloro che vogliono specularci sopra. Ancora meno buono… Ma il peggio si raggiunge di fronte a chi vuole deliberatamente imbrogliare e per i fini più diversi (come lo “scettico” che è bramoso di testare la capacità dell’inquirente…).

Non parliamo poi dei casi in cui il testimone dice una cosa e poi la ritratta e ve ne racconta un’altra. Dunque, quale sarà la versione corretta?In un prossimo articolo vedremo come, almeno in parte, si possono superare i problemi sopra evidenziati…

Il problema della testimonianza in ambito ufologico – Parte 2

 

di Stefano Panizza

Ed eccoci a parlare nuovamente della testimonianza, al fine di capire come si possa ovviare ai problemi evidenziati nell’articolo precedente.

Diciamo che l’approccio può essere duplice. Da una parte, occorre agire sulle modalità con cui si intervista il soggetto, dall’altra è necessario arrivare preparati a questo momento.

Partiamo con il dire che lo scopo del colloquio è far sì che il testimone confessi tutto quello che conosce e nel modo più genuino possibile. Cioè, deve raccontare, e senza condizionamenti esterni, ogni informazione che ha memorizzato.

E come si persegue questo obiettivo?

Innanzitutto, è fondamentale essere fra le prime persone che lo intervistano poco dopo il verificarsi dei fatti. Perché, come abbiamo visto ieri, più passa il tempo e peggiore diventa la qualità del ricordo ma, soprattutto, più il testimone parla del medesimo fatto e più il suo ricordo si modifica artificiosamente.

Poi, le domande devono essere aperte. Cioè, mai chiedere “di che colore era l’UFO?” piuttosto “come si presentava l’UFO?”.

Inoltre, occorre utilizzare una terminologia neutra, ad esempio priva di aggettivi. Perché, in caso contrario, il soggetto può selezionare inconsciamente certi ricordi piuttosto che altri.

Potrebbe essere una buona idea quella di fornirgli informazioni false (ovviamente sottacendo questo particolare), sostenendo che provengono da altri testimoni, per vedere come reagisce. È chiaro che se le conferma… Ma è un atteggiamento pericoloso, quindi da usare con parsimonia, perché rischia di portare confusione in quelle parti del suo ricordo che non sono esattamente consolidate.

Invece, aiuta sicuramente il suggerirgli dei semplici termini di paragone per il suo vissuto. Ad esempio, in riferimento al fattore “dimensioni”, si può utilizzare la grandezza di una moneta vista alla distanza del suo braccio teso.

Bisogna, poi, avere la pazienza di seguirlo nei suoi ragionamenti, senza modificarne il filo narrativo, per facilitare (cioè, non condurre) la sua esposizione. Insomma, non va interrotta la sua narrazione, ma occorre far fluire liberamente il suo eloquio.

E, poi, attenzione a non calarsi troppo nelle vesti dell’esperto. Cioè, se l’intervistatore è un ufologo, come nel nostro caso, questi deve valutare correttamente le dichiarazioni. In altre parole, se il caso non ha nulla a che fare con gli UFO ma, ad esempio, con una certa fenomenologia religiosa, non deve adottare forzature per farlo ricomprendere nel suo ambito di competenza.

Proseguiamo.

La persona deve essere messa a proprio agio perché un atteggiamento rilassato facilita il recupero spontaneo del ricordo. Quindi, in pratica, è meglio che il luogo dell’intervista lo scelga il testimone stesso.

Ora, lasciamo idealmente il nostro ipotetico amico e passiamo la “palla” all’ufologo. E quest’ultimo, ora, cosa fa?

Deve cercare di raccogliere il maggior numero possibile di informazioni riguardanti il soggetto, informazioni  che difficilmente il soggetto stesso gli comunica. Quindi, ad esempio, chi è, cosa si conosce della sua famiglia e dei suoi antenati. Cioè, occorre rispondere a questa domanda: è un testimone potenzialmente affidabile?

Risulta invece difficile, seppur non impossibile, averne un quadro  fisiologico e patologico (di che disturbi soffre? beve?), salvo che sia il medesimo a fornirlo (il che non lo vedo molto fattibile).

Ma quanto sopra serve a poco se l’intervistatore non ha quella cultura “misteriosa” e scientifica di base indispensabile per inquadrare meglio le parole del testimone (e non prendere cantonate).  Ad esempio, dovrebbe conoscere i meccanismi fisiologici che stanno alla base della percezione umana. Un caso? Non tutti sanno che esiste la tendenza naturale ad unire fonti luminose separate e lontane, finendo per percepirle molto ravvicinate. Tale comportamento psicologico è denominato “effetto aeronave”. In altre parole, la percezione, può tendere ad organizzare tali apparenze e dar loro una struttura definita, ma artificiosa, che unisce e completa quanto si osserva. Oppure, si potrebbe citare il così detto ’”effetto autocinetico”, che consiste nel vedere il movimento di un punto luminoso quando, in realtà, è immobile in un ambiente oscuro.

Insomma, intervistare bene un testimone è una faccenda complicata, ma spesso è l’unica strada percorribile…

Quando l'UFO diventa IFO – Parte 1

 

di Stefano Panizza

Non sempre ciò che appare sconosciuto ad un testimone è inevitabilmente misterioso. O, meglio, lo può essere per lui, ma forse è semplicemente figlio della sua ignoranza, cioè della mancanza di informazioni. Se così fosse, dovremmo parlare non di UFO ma di IFO, cioè di “oggetti volanti identificati”.

Quasi sempre la “colpa” di questi disguidi, chiamiamoli così, è di fenomeni astronomici non correttamente identificati. In particolare, si tratta di meteore, comete, stelle, luna e pianeti.

Partiamo dalle prime. Come molti sapranno, sono il risultato dell’interazione di corpuscoli rocciosi che, vagando nel sistema solare, entrano occasionalmente nella nostra atmosfera. Così facendo, bruciano, lasciando l’inconfondibile scia luminosa. Detta in questo modo, sembra impossibile che una persona possa confondersi al loro improvviso comparire.

In realtà, l’apparenza di questi può essere davvero inconsueta per chi non è abituato ad osservare il cielo. Perché a volte le meteore si presentano molto luminose, e magari di colori particolari, come il verde, e non invece con il classico bianco-giallo. Ma il tutto è semplicemente riconducibile a fattori dimensionali e di composizione chimica.

La loro stessa durata può essere equivocata. Perché i normali due o tre secondi in cui sono visibili, posso diventare dieci ed anche più.

Così come non sono da considerarsi straordinari quei flash, chiamati “effetto lampo”, dovuti al bruciare istantaneo di meteoroidi piccolissimi.

Lo stesso rumore può non essere anomalo (figlio dell’impatto in atmosfera), ed è normale che non sia contemporaneo al fenomeno luminoso perché la luce ed il suono si propagano a velocità diverse.

Ed anche sulla traiettoria delle meteore ci sarebbe molto da dire. Ad esempio, se il corpuscolo entra dallo spazio esterno e procede verso l’osservatore, a quest’ultimo apparirà immobile. È la cosi detta “meteora stazionaria”. Ma può anche rimbalzare sugli strati dell’atmosfera, mostrando traiettorie apparentemente “assurde” (e magari essere interpretata come un’astronave fuori controllo…).

Insomma, le variazioni di velocità, gli stazionamenti in quota, i cambi di direzione, possono essere fenomeni assolutamente naturali.

E che dire delle comete? Un esempio, la Hale-Boop (marzo-aprile 1997), che ha generato un gran numero di segnalazioni. Come è stato possibile? Probabilmente chi le ha rilasciate ignorava l’informazione che, in una certa zona di cielo, la cometa fosse ben visibile. Così come è probabile che in quelle sere non avesse mai alzato gli occhi al firmamento, sennò avrebbe visto che si trattava di una sorta di “appuntamento fisso”.

Non parliamo poi delle stelle…

A questo proposito, la palma della protagonista ce l’ha Sirio, forse per via della sua eccezionale luminosità.

Diciamo, però, che l’equivoco nasce soprattutto quando si eleva sull’orizzonte, dove gli strati dell’atmosfera sono più densi. In quella fase, appare schiacciata, non troppo luminosa e sembra cambiare colore. Poi, man mano che sale, diventa tondeggiante e sempre più splendente. Quindi, con il trascorrere del tempo, può dar l’impressione di un lento avvicinamento verso l’osservatore.

A volte, la stessa Luna può essere equivocata, specialmente se vista fra gli alberi da un soggetto in movimento. Perché, in questo caso, sembra seguire il soggetto stesso.