Pizzighettone (Cremona) – L’osso misterioso

di Stefano Panizza.

Forse molti non lo sanno, ma parecchi secoli fa la parte meridionale della provincia di Bergamo e quella  nord di Cremona ospitavano una vasta zona acquitrinosa, il così detto lago Gerundo. Probabilmente si era formato e successivamente preservato grazie alle frequenti esondazioni dei fiumi Adda, Oglio, Serio, Lambro e Silero.

Di quanto, si parla fin dall’epoca romana. Ma, la cosa interessante, è che si raccontava di misteriose creature che solcavano le sue profondità ed occasionalmente si facevano vedere. E la gente assicurava che esistevano davvero grandi serpenti, e che quando si arrabbiavano diventano pure “cattivi”. Non per nulla, gli abitanti di Calvenzano, in provincia di Bergamo, avevano eretto delle mura alte tre metri e lunghe ben quindici chilometri per proteggersi dalle incursioni di questi mostri famelici.  

Ma, alla fine, sono davvero esistite queste creature in stile preistorico?

In effetti, alcune chiese poste sui confini del lago scomparso, mostrano ancora oggi dei curiosi e giganteschi reperti ossei. In questi casi, però, la prima domanda da porsi è: al di là di cosa rappresentino, provengono davvero da dove un tempo si estendeva il bacino lacustre? Perché non si può escludere che, più semplicemente, possano essere dei doni di qualche pellegrino di passaggio.

Comunque sia, uno di questi ossi si trova a Pizzighettone (Cremona), presso la sacrestia della chiesa di San Bassiano. E, stavolta, non ci sono dubbi sulla sua provenienza, perché fu ritrovato poco lontano dal paese il 1 gennaio del 1300, dopo la piena del dicembre del 1299.

 

Zona “prolifica” questa, verrebbe da dire. Nel 1995, infatti, venne rinvenuta la grande vertebra di un animale preistorico nei fondali del fiume Adda. A scoprire il reperto fu tale Walter Valcaregni, un muratore di 47 anni che in passato si era già distinto per ritrovamenti di questo genere.

Ma torniamo al “nostro” osso di San Bassiano.

La chiesa è piuttosto buia ma presenta pitture color pastello che catturano l’attenzione del fedele con la loro genuina semplicità e grazia.

Però, quanto interessa gli indagatori del “mistero” si trova a sinistra dell’altare, cioè nella sacrestia. Ce lo conferma a me e Thea, fidanzata e pure lei studiosa di eventi insoliti, una signora che sta rassettando alcune cose lungo la navata. “Sì, è di là, ma speriamo che sia aperta”, abbozza quasi con rammarico. Ci fa strada con passo veloce. “Ah… meno male…”. Così, entriamo in una piccola stanza, in cui a dominare sono i candidi abiti da sacerdote.

Guardate alle vostre spalle, sopra alla porta”, esclama soddisfatta. Ed è proprio lì, il “nostro” osso, appeso ad un piccolo gancio.

 

È davvero lungo, fra il metro e mezzo ed i due metri. Mostra un colore lattiginoso ed una forma arcuata che prende un angolo deciso in una delle sue estremità.

Ma sarò davvero l’osso di un mostro che spargeva terrore nel lago Gerundo?

Probabilmente no, anche se non credo che siano state eseguite puntuali analisi di questo curioso reperto. Diciamo che ha tutta l’aria di essere la costola di una balena fossile. In fondo, un tempo da quelle parti si estendeva il mare e, scheletri di questi grandi animali, sono stati spesso rinvenuti sulle Prealpi ed in Appennino.

Insomma, pare che stavolta il mistero non ci sia…

Vipiteno (Bolzano) – Le curiosità di Mareta

di Stefano Panizza.

 A “due passi” dalla più nota Vipiteno, ecco la piccola ma graziosa Mareta. Siamo in Val Ridanna, a 1.050 metri di altitudine. Un luogo bucolico, circondato da montagne impervie, prati rigogliosi e prosperi boschi. Gli appassionati di storia la ricordano per il castello Wolfsthurn, vicinissimo a Mareta ma in realtà nel comune di Racines. Si tratta di un edificio barocco posto sulla sommità di una modesta collina e che contiene un’importante collezione di oggetti di caccia e pesca (e si legge possieda “365 finestre”). Di quest’ultima particolarità, io e Thea chiediamo conferma ad una signora anziana che pare abitare la zona da sempre (al tempo della visita il castello è chiuso, quindi non ci sono alternative per raccogliere informazioni). In un italiano zoppicante confessa “…io non sapere essere vero…”. Quindi, il dubbio rimane.   

 

E veniamo alla curiosità, o se vogliamo, al piccolo mistero di Mareta, cioè alla chiesa parrocchiale consacrata a San Pancrazio (vicinissima al castello). A ricordare la dedica, è anche un curioso colonnotto con quattro bassorilievi color ocra sospesi su altrettanto facciate (ed una di queste riporta proprio l’immagine di Pancrazio). Comunque sia, va detto che le prime tracce della struttura risalgono al XII secolo, poi oggetto di rifacimenti in stile gotico e barocco, e che custodisce un importante ciclo pittorico intitolato al santo. Già… ma stiamo parlando di un personaggio decisamente minore, “poco importante”, verrebbe da dire. Quindi, perché questa scelta?

 

Facciamo un salto all’indietro. Pancrazio visse a Roma nel IV secolo ai tempi di Diocleziano, dove morì martirizzato per decapitazione all’età di quattordici anni. Bene… ma è spulciando la sua storia che esce una possibile spiegazione al perché dell’insolita dedica. Perché San Pancrazio è uno dei quattro “Santi di Ghiaccio” (gli altri sono San Servazio, San Mamerto, e San Bonifacio di Tarso).

Ma cosa si intende con questa curiosa espressione? Fa riferimento ad un particolare comportamento del clima. In pratica, ricorda quell’improvviso abbassamento delle temperature che si verificherebbe poco prima dell’arrivo della bella stagione. Una leggenda contadina? Molti sono convinti di no. Perché pare che si presenti davvero ogni anno verso la metà del mese di maggio, cioè nei giorni dedicati rispettivamente ai santi sopra citati, ed in vaste zone dell’Europa centro-settentrionale. E sembra che al fenomeno siano particolarmente attenti gli austriaci (insomma, ogni anno attenderebbero quasi con ansia che si ripresenti…). E, lo ricordiamo, Mareta è in Sud Tirol…

La scienza, da parte sua, ha cercato di spiegare la curiosa manifestazione. In sostanza, sarebbe figlia di particolari movimenti dell’atmosfera, combinati agli effetti dello scioglimento dei ghiacciai montani. Lo stesso Galileo se ne occupò, così come altri scienziati. Qualcuno ipotizzò (erroneamente) esser causata da una fascia di asteroidi che, intersecando annualmente l’orbita della Terra, ostacola il flusso dei raggi solari.

Ma non tutti sono d’accordo sul suo spessore scientifico, visto che il fenomeno non si presenterebbe con una  puntualità così “matematica”. Quindi, c’è chi ritiene la faccenda una semplice leggenda popolare.

Come stanno veramente le cose? Non rimane che soggiornare a Mareta verso la metà di maggio ed aspettare, magari sorseggiando un bicchiere di birra…

Vipiteno (Bolzano) – Passeggiando tra storia e misteri

di Stefano Panizza.

Vivere Vipiteno significa, soprattutto, percorrerne la via centrale perché è attorno ad essa che si sviluppa il suo nucleo storico. Ad un certo punto, si incontra la Torre Civica (o Torre delle Dodici), alta 46 metri e che divide idealmente in due parti la città.

 

Proviamo ad osservarla.

Colpisce il curioso tetto a doppia falda e con gradoni. È figlio di un rifacimento ottocentesco, necessario per rimediare all’incendio che aveva distrutto l’originale manufatto quattrocentesco. Un tempo, la torre veniva utilizzata come luogo di avvistamento, per stanare in tempo utile eventuali nemici e come rifugio in caso di pericolo. Ad ogni modo, c’è una cosa che lascia perplessi. Cioè, perché la torre non ha il classico spiovente ad angolo acuto, viste le abbondanti nevicate che colpiscono la zona?

Ma, ancor più singolare è il simbolo della città, posto in bella evidenza sotto all’antico orologio (che, confesso, non ho visto da nessuna altra parte). Mostra un pellegrino incappucciato di nero, con un rosario nella mano destra ed un bastone in quella sinistra, il tutto sormontato da un’aquila tirolese. Cosa significa? Pare ricordare il vecchio ospizio che dava ricovero ai pellegrini.

 

Ma una specifica va fatta sull’orologio stesso. Riporta le ore in base alla vecchia suddivisione della giornata (dalla VI alla V, passando per la XII), voluta in epoca medievale dalla Chiesa cattolica per dettare i tempi della preghiera comune. Non per nulla esiste il “libro delle ore”, in cui vien specificato che la tal preghiera deve essere recitata alla tal ora. Se è vero che pure di notte e all’alba è necessario orare, la prima ora citata è proprio la VI. Non ho trovato invece precisi riferimenti all’ora V (ricordo ben indicata nell’orologio della torre), ma ritengo possa identificarsi con il tramonto, quindi con il momento dei Vespri o meglio della Compieta, che si recita prima di coricarsi.

Oltre la torre e sulla destra, si trova la chiesa del Santo Spirito, che custodisce una serie di belli affreschi quattrocenteschi color pastello. A far venire i brividi, sono le rappresentazioni del Giudizio Universale. A questo proposito, va ricordato un fatto curioso. Quattro tavole dipinte che parlano della fine dei tempi furono donate da Benito Mussolini ad un importante gerarca nazista, in una sorta di slancio di generosità. Ritornarono a Vipiteno solo nel 1959…

 

Nel cortile del municipio, anch’esso posto lungo la via principale, fa bella mostra una stele del dio Mitra (II-III secolo d.C.). A dir la verità, è una copia dell’originale che si trova al Museo Archeologico di Bolzano. Il reperto è noto almeno dal 1587, a quel tempo murato nell’edificio doganale di Mules (nel vicino comune di Campo di Trens). Nel Settecento ed Ottocento fece “un paio di giri” in Austria, tornando in Italia solo dopo la Prima Guerra Mondiale. È la classica rappresentazione del dio Mitra che sacrifica il toro, in un gesto che viene ritenuto simbolo di fecondità. Ed è affiancato da due figure, con la fiaccola in mano. A completare l’idilliaco quadretto, il sole, la luna e scene della vita di Mitra stesso.

 

Già, ma cosa ci fa il dio Mitra, tipica divinità persiana a Vipiteno? Furono i soldati romani, di ritorno da guerre combattute in quella terra lontana, a portare in Italia il suo culto durante il II secolo. Ma il mistero, se non riguarda la presenza della stele, coinvolge invece la figura che riporta.

Cioè, è vero che il cristianesimo, in molti suoi aspetti, ha fatto una sorta di copia/incolla del mitraismo? Su questo punto si sono scatenate infinite polemiche. Ad esempio, secondo la tradizione orientale Mitra sarebbe nato da una vergine. Ma la versione romana del suo culto lo fa invece nascere (e già fanciullo) da una roccia. E, poi, ci sono davvero i pastori alla sua nascita, come il più idilliaco dei presepi? In altre parole, i due “tipi” sopra citati, sono dei pastori? Forse no. Si tratterebbe di Kautes e Kutopates che, unitamente a Mitra, rappresenterebbero il ciclo quotidiano del sole (alba, mezzogiorno e tramonto). In ogni caso, le indubbie similitudini sembrano esser presenti solo con la versione romana del mitraismo, non con l’originale del 1400 a.C. Anche se, a dire il vero, non esistono certezze in cosa consti davvero quest’ultima. Perché i mitraisti originali non hanno lasciato testimonianze scritte dei loro riti e delle loro credenze. In altre parole, ciò che gli studiosi hanno tra le mani sono delle prove archeologiche, come templi e statue. Cioè, abbastanza poco…

Meno dubbi, invece, su quanto si trova a fianco del bassorilievo di Mitra. Perché si tratta di un miliario romano, risalente ai tempi di Settimio Severo. Ricorda la riparazione del 201 d.C. dell’importante strada, rovinata dalle continue guerre, che attraverso il Brennero unisce l’Italia alla germanica Augusta (distante 135 miglia, come indicato sulla colonna stessa). Intervento resosi necessario per facilitare lo spostamento delle truppe. Per la cronaca, il cilindro di pietra venne recuperato nella ghiaia del vicino fiume Isarco, a tre metri di profondità.

 

Uscendo dal paese, ecco due castelli dirimpettai che sembrano guardarsi con sospetto… ma questa è tutta un’altra storia… Ne riparleremo.

Bressanone (Bolzano) - L'Uomo Selvatico

di Stefano Panizza

Ci scusi, ci può dire dove possiamo trovare la statua dell’Uomo Selvatico?”. Con Thea, sono di fronte ad un anziano signore, quasi nel centro di Bressanone. 

Cosa?…”, è la risposta che ci rimanda, tra il sorpreso e l’ironico. Morale, il tipo non ha la più pallida idea di quanto stiamo dicendo. Anche con un secondo ed un terzo abitante non va meglio. Poi, finalmente, troviamo una gentile signora che “ipotizza” essere nel tale posto. “Ma non ne sono propria sicura”, quasi si scusa. In realtà, le sue indicazioni risulteranno corrette.

E sì che lo slanciato manufatto, alto quasi due metri, non dovrebbe passare inosservato. Si trova in posizione sopraelevata lungo i “Portici Minori” (e vicino a quelli “Maggiori”), proprio vicino alla casa dove, almeno per un certo periodo, visse Mozart.

 Proviamo ad osservare la statua. È sicuramente di legno, ha l’apparenza di un uomo, ma con tre teste sulle spalle. E sappiamo che risale al XVI secolo.  

Già… ma perché viene definito “uomo selvatico” e perché si mostra policefalo? 

Diciamo che, nel primo caso, sarebbe un riferimento alle antiche popolazioni che abitavano le selve della zona. Quindi, l’accezione “selvatico” non andrebbe intesa come rozzo ignorante, ma piuttosto nel senso letterale, cioè di abitante dei boschi. Che, su questo non ci sono dubbi, avevano una perfetta conoscenza del mondo naturale e dei suoi segreti, così come una buona capacità tecnologica, tipo la lavorazione dei metalli.

Ma non tutti sono d’accordo con questa interpretazione. Per costoro, il termine avrebbe un’accezione totalmente negativa, cioè sinonimo di grezzo e violento, in contrasto con la “luminosa ragione” degli umani “normali”. Ed in questa prospettiva va inserita la storia del sovrano babilonese Nabucodonosor, di cui parla la Bibbia, diventato selvatico (ma solo per sette anni) e scappato lontano dalla città.

Forse la figura dell’Uomo Selvatico è positiva e negativa, così come forte e debole, allo stesso tempo. Cioè, a volte, incarna gli aspetti più tenebrosi dell’animo umano e deleteri della società. In altre, l’uomo saggio che “conosce” e rifugge l’ipocrisia del conformismo dominante. 

Ma viene anche descritto fisicamente vigoroso, e pure pregno di paure irrazionali e di comportamenti singolari. Ad esempio, pare che non sopporti il vento, tanto da correre velocemente a nascondersi al suo alzarsi, così come pianga quando splende il sole.

Comunque sia, veniamo alla seconda domanda. Perché la statua di Bressanone presenta ben tre teste?

  

 Diciamo subito che appare insolita nella iconografia dell’Uomo Selvatico. Piuttosto, ricorda la raffigurazione di Cerbero, il mostro infernale posto a guardia dell’Averno. Per la precisione, doveva controllare che le anime dei morti, una volta attraversato il fiume Stige, non tornassero nel mondo dei vivi. Quindi, simboleggia il guardiano fedele e che non si può corrompere. Anche in questo caso, la valenza risulta doppia. Brutto e spietato, ma anche ligio alle regole che gli sono date.  

Insomma, al di là delle sue molteplici ed antitetiche interpretazioni, l’Uomo Selvatico sembra una semplice allegoria. O forse no…

Perché, stando a numerose testimonianze, sarebbe anche una creatura reale, cioè in “carne ed ossa”. Ed i racconti  sono state raccolti in ogni angolo del mondo e dalle persone più diverse. Certo, i suoi nomi possono essere differenti, Bigfoot, Sasquatch, Abominevole Uomo delle Nevi, etc. Ma la sostanza non cambia: è il classico uomo forte, peloso e schivo, di cui da sempre parla la tradizione.

Insomma, attenzione ad aggirarsi nelle boscose montagne di Bolzano, si potrebbero fare incontri alquanto curiosi…

Campo di Trens (Bolzano) - Il Male ed il Bene

di Stefano Panizza

Una vecchia tradizione popolare racconta di un sinistro corteo che ogni tanto si snoda nella zona di Campo di Trens. Un lunga e disordinata fila di spettri urlanti, anime dannate, mostri, streghe e demoni che squarcia il silenzio della notte. A volte, è preceduta da folate di vento gelido così come, ai cupi personaggi citati, si può aggiungere una muta di cani inferociti. In altre parole, stiamo parlando della così detta “caccia selvaggia”…

Ma, essere testimoni della lugubre processione, non porta bene. Anzi, è considerato un presagio di terribili sciagure. E i mortali che vi assistono sono destinati ad una fine prematura (e magari condita da indicibili sofferenze). Guai finiti? Mica tanto, perché vengono scaraventati nell’aldilà da qualche sadico dello sguaiato “teatrino”, dove i supplizi proseguono in eterno…

Venendo al lato “positivo” della zona, non si può che citare il Santuario di Maria Trens, al quale è legato un fatto miracoloso.

In pratica, tanto tempo fa successe che un contadino rinvenne una statua della Madonna, sepolta da un cumulo di terra. Non è chiaro, però, cosa stesse cercando in quell’ammasso scuro. Forse, era semplicemente rimasto incuriosito dall’insolita montagnola. O magari, ipotizzò trattarsi del risultato di una frana che temeva avesse seppellito qualcosa di utile. Comunque sia, ci aveva visto giusto…

Gongolando per il fortunato ritrovamento, si portò a casa la statua. In questo modo, contava di aver la protezione per se stesso e la propria famiglia.

 

Ma non aveva fatto i conti con le insondabili scelte che cadono sui mortali dall’alto dei cieli. Perché, la mattina successiva, del manufatto non vi era più nessuna traccia. Gira e rigira, ma anche incredulo e preoccupato, la ritrovò infine in una cappella a fianco della chiesa del paese. Ovviamente, la voce si sparse in un battibaleno e tutti gridarono al miracolo. Da lì, a costruire un santuario meta di tanti devoti e pellegrini, il passo fu breve.

A quando risalgono questi fatti, ammesso che siano almeno in parte reali? Probabilmente al XIV secolo, anche se l’attuale struttura della chiesa è frutto di rifacimenti successivi.

 

 

 

A visitarla, una considerazione sorge spontanea. Se esternamente lo stile gotico risulta piacevole allo sguardo, molto meno si può dire del suo interno. Perché la sensazione di “pesantezza” diventa quasi fisica. La colpa? Una serie di affreschi e di statue ridondanti di colori, addobbi e ghirigori, unita alla tristezza delle loro espressioni facciali (insomma, stiamo parlando di un Barocco che più Barocco non si può). A peggiorar le cose, una quantità impressionante di ex voto, che parlano chiaramente di malattia, dolore e sofferenza.

In ogni caso, la devozione non è certo diminuita ai giorni nostri. Lo dimostra il fatto che ancora adesso certi pellegrini compiono l’ultimo pezzo che porta alla chiesa (in salita) strusciando le ginocchia…

E un altro mistero potrebbero essere le reliquie di tale San Tranqilinus, custodite in una modesta teca di vetro. A dar una sbirciata al suo interno, si nota chiaramente un piccolo teschio.

 

 

 

Quindi, almeno quello, è davvero lì. Già… provo a fare una ricerca per capire chi fosse. Leggo che, al tempo delle persecuzioni di Diocleziano e mentre inginocchiato pregava sulla tomba dell’apostolo Paolo, fu lapidato dai pagani. Ma soprattutto apprendo che il suo corpo fu scaraventato nel Tevere. Quindi, scomparso per sempre? A dire il vero, un successivo approfondimento parla di una custodia della salma nella cripta dei santi Cosma e Damiano, lungo la Via Sacra a Roma. Quindi, mi chiedo, come potrebbe essere in una chiesa a Campo di Trens?

Insomma, in qualunque modo si guardi la faccenda, c’è qualcosa che non torna…

Campo di Trens (Bolzano) – I due castelli

di Stefano Panizza

Uscendo da Vipiteno e girando a sinistra in direzione Bressanone, si incontrano due castelli in posizione sopraelevata: uno a sinistra e l’altro a destra della strada provinciale.

Partiamo dal primo. Si tratta del privato e duecentesco Castel Pietra, caratterizzato da una torre circolare (la parte più vecchia della struttura), con a fianco il palazzo e la cappella di Sant’Erasmo.

In realtà, il suo nome completo ed originale è “Sprechenstein”, cioè “pietra che parla”. Già… ma come mai questo curioso appellativo? E, qui, le ipotesi si sprecano. Diciamo che quella più “scientifica” fa riferimento a suoni di bassa frequenza, occasionalmente emessi. E sarebbe in buona compagnia, visto che non si tratterebbe di un unicum nel panorama delle antiche costruzioni. Un esempio sono i colossi di Memnone in Egitto, che ho avuto modo di visitare alcuni ani or sono. Si tratta di due statue gigantesche con le fattezze da faraone, create in posizione seduta e poste a guardia di un antico tempio. Purtroppo, nel 27 a.C. vennero danneggiate da un forte terremoto. Da allora, e per parecchio tempo, ad ogni alba parevano emettere degli strani suoni, simili a sibili. Poi, una loro ristrutturazione del 199 d.C., pose termine al misterioso fenomeno. La spiegazione “ufficiale” (mai dimostrata)? L’evaporazione dell’umidità notturna attraverso le fessure della pietra. Mi chiedo, però, se questa possa anche essere la spiegazione per il “nostro” Castel Pietra

Proseguendo con qualcosa di non meno misterioso, da tempo immemore circola la storia del fantasma di un cavaliere, assassinato da colui che si era invaghito della sua bellissima moglie (e quindi non gradiva l’ingombrante presenza del marito). E pare che il suo spirito si mostri ancora dalle parti del castello con la freccia piantata nel petto…  

Di fronte, ed in posizione leggermente più bassa, svetta Castel Tasso, più vecchio di un secolo dell’illustre dirimpettaio. Purtroppo, nel periodo invernale è chiuso, ma si possono ugualmente raccogliere informazioni interessanti.  

Visto che il castello non è mai stato saccheggiato, appare in ottimo stato, sia esternamente e, da quanto si legge, anche al suo interno. E, poco lontano dalla struttura principale, sorge la cappella di San Zeno. A questo proposito, si racconta un fatto curioso. È infatti successo che al suo interno siano state ritrovate ben otto bare di legno (e con dentro alcune ossa), risalenti al IV e VIII secolo. Un paio di esse sono custodite all’interno del castello, le altre sono conservate al Museo Archeologico dell’Alto Adige. Ma, a dare un tocco di mistero, è anche la presenza  di una prigione piuttosto buia e posta a cinque metri di profondità.

 

Ritorniamo alle leggende. E, visto che i “nostri” sono piuttosto vicini l’uno all’altro, non potevano che condividere una medesima storiella. Pare allora che, tanto tempo fa, i due castellani amassero fin troppo farsi la guerra, con inevitabile disagio (leggi, morte e saccheggio) per le popolazioni della vallata. Così, un bel giorno, si misero la mano sul cuore e decisero di risolvere la tenzone con una innocua sfida personale. Essendo ottimi arcieri, salirono sulla torre più alta dei propri castelli e scoccarono una freccia. Lo scopo? A dire il vero, non l’ho capito ma ritengo trattarsi di una gara di precisione o di distanza. Fatto sta che i due dardi si incrociarono proprio al culmine delle rispettive parabole, precipitando al suolo fra i sospiri e la sorpresa del numeroso pubblico accorso. Il fatto fu interpretato come un evento miracoloso e decisero di sospendere le ostilità a tempo indeterminato.

Il tempo passò. Ma, ad un certo punto, “qualcuno” dall’alto dei cieli decise di far sentire nuovamente la propria presenza ed in modi non sempre benefici. Ne riparleremo…

Bagnone (Massa – Carrara) – “I misteri di Treschietto”

di Stefano Panizza

 Dominano il torrente Bagnone, dall’alto del rialzo collinare posto ai margini del paese. Stiamo parlando dei resti del castello di Treschietto, costituiti da una grande torre circolare edun muro fatiscente. A circondarli, quasi a protezione,l’abbraccio di un prato erboso in leggera pendenza.

Ci si può accedere? No, perché il complesso èrecintato ed interdetto al pubblico. Come se non bastasse, la mancanza di un qualunque pannello turistico,non aiuta a saperne di più.

Stesso discorso per il Monte Matto, che domina l’intera vallata, perché rimane sconosciuto il motivo del curioso nome che porta.

Ad ogni modo, io e Thea veniamo a sapere che si tratta di uno dei tanti castelli costruiti o posseduti dai Malaspina.

Comunque, tralasciando le sue vicissitudine storiche, eccoci alle succulente leggende che coinvolgono il paese…

Una di queste parla di voci strazianti che, in certe notti, si udirebbero provenire dagli antichi resti del maniero. Si tratterebbe di giovani donne, abusate ed uccise da GiovanGasparro(o Gasparo) Malaspina, detto il “mostro”, dopo orge sfrenate o “semplici” jusprimaenoctis. E, chi si ribellava, padre, marito o chiunque fosse, non faceva una fine migliore (la storia parla di “crani fracassati”) e si univa, suo malgrado, alle fanciulle buttate nel pozzo. Per la precisione, le voci inquietanti si riferirebbero a tre sole ragazze, cioè le uniche a non ricevere una degna sepoltura.

Ma la leggenda va oltre, raccontando di un vitello d’oro sepolto nei sotterranei del castello. Vero o falso che sia, legioni di cacciatori di tesori lo hanno cercato nel corso del tempo (e devastato la struttura).

Ad incuriosire il turista, però, è anche una maestà settecentesca posta a quell’incrocio che, da un lato, porta alla fortezza, dall’altro, alla strada provinciale. Lì, pare pregasse tale Ottavia, cioè la moglie del terribile castellano sopra citato. Cosa implorava? Che,lassù, qualcuno le facesse la grazia di toglierlo dai piedi. Forseci fu una incomprensione, perché, invece, a sparire fu proprio lei… Lui, di rimando, aspettò la veneranda (per quel tempo) età di 62 anni prima di passare a miglior vita.

In realtà, nell’aldilà pare non esserci andato perché, a prestar ascolto ad una certa diceria, il suo fantasma vagherebbe intrappolato nella torre del castello. Come mai? Che lo stesso diavolo non lo abbia voluto? No, probabilmente la “colpa” è della famosa “cipolla di Treschietto”, che bloccai “cattivi” così come l’aglio ferma i vampiri…

Comunque sia, poco lontano dal manieroecco un’altra edicola. Stavolta l’ignoto artista si è superato, alloggiando nella nicchia di un tronco d’albero la statuina di una“Madonna con Bambino”color latte. Una data, 1886, pare ricordare il momento del suo collocamento e la scritta “M.V. DI MONTE – NERO” a quale Vergine risulta stata dedicata. Ma chi è questa Madonna dal nome curioso?

  

Innanzi tutto, fa riferimento all’omonima collina che si erge nei pressi di Livorno e dove è ubicato il Santuario dedicato alla Madonna delle Grazie. Tutto trae origine da una tradizione che racconta come, il 15 maggio 1345 e festa di Pentecoste, uno zoppo pastore scoprì l’immagine di una Vergine. Non è chiaro il perché, ma alla fine la portò sul colle di Montenero, dove pare abbia profuso miracoli a piene mani. E, a confrontar la sua figura con quella incastonata nel tronchetto, la somiglianza risulta evidente.

E chiudiamo i “misteri” con la storia del Buffardello che, se non è esclusiva della zona, ha trovato in essa la sua massima diffusione. Ed il suo nome ne spiega in parte le caratteristiche. Perché si tratta di un vento forte (uno “sbuffo”) che alza le persone e le scaraventa lontano,tanto da farle sparire alla vista.

Ma, secondo una certa versione della leggenda, il Buffardello si può anche presentare in forma di stregone,che va nelle stalle a tormentare le bestie. Oppure fa strani giochi con le loro code ocon il fieno di cui si saziano.Chi l’ha visto, giura trattarsi di un piccolo ometto con un cappello in testa. Già, ma quando non fa “casini”, dove sta? Si dice abitinei solai e che di notte ami farsi sentire con il suo continuo camminamento.E a volte, anziché nella stalla, entra nella camera da letto e si siede sullo stomaco del malcapitato di turno, tanto da togliergli il respiro.

Insomma, storie che ricordano quelle degli “incubi” e “succubi” di medievale memoria ed i racconti deimoderni rapimenti alieni…

Bagnone (Massa – Carrara) – I misteri del paese

di Stefano Panizza

Io e Thea, abbiamo appena lasciato la piccola frazione di Iera, dove la leggenda racconta di una storia davvero inquietante. Perché sembra che, nel medioevo, un marchese Malaspina costringesse le giovani e belle ragazze del contado a ballare nude fino all’alba (e gli uomini, padri, mariti, fratelli o chiunque altro si ribellasse faceva una brutta fine). La leggenda tace se il Malaspina in questione fosse quello “cattivissimo” di Treschietto, il paese a due passi. Comunque sia, pare che ogni tanto, vicino alla cappella di San Biagio, orecchi fini possano ancora udire le urla agghiaccianti degli sventurati uccisi dal nobile capriccioso.

Ma ora siamo al capoluogo Bagnone, e vediamo di raccontare quanto di misterioso qui pare albergare.

Così, si dice che, poco lontano dal centro storico, esista una vecchia e fatiscente costruzione, denominata la “palazina”. Un tempo era chiesa e canonica insieme, retta da un parroco che la gente giudicava non proprio uno stinco di santo. Insomma, un avaro, un egoista e dedicato alla cura di un’unica anima, la sua.

Ma, si sa, il fatto che una persona muoia, non significa che se ne sia anche andata. Perché la leggenda racconta che, a volte, dalle parti della derelitta struttura, si veda volteggiare una sfera luminosa. Che sia lo spirito del defunto prete? Molti ne sono convinti. In realtà, dipende da chi racconta la vicenda. Perché, ad esempio, l’ufologo ci vedrà il classico “oggetto volante non identificato”. Certo, il fatto che suopadre si rifiutò di seppellirlo nella tomba di famiglia, depone a favore della prima ipotesi…

In ogni caso, proviamo a chiedere informazioni su questo ed altri fatti. Purtroppo, nessuno sembra conoscere il luogo, neppure chi non è proprio di “primo pelo” e dà l’idea di abitare il paese da sempre. Chissà, forse la vicenda della “palazina” è davvero solo una semplice storia completamente inventata. E non avremo più fortuna su altri, possibili, eventi misteriosi.

Assolutamente vera, invece, è la vicenda della “Santa Croce”. Occorre, dunque, recarsi nella centrale chiesa di San Niccolò, un’imponente struttura settecentesca. A dar retta ad un pannello turistico, posto nei suoi pressi “…tra gli altari laterali, quello di sinistra custodisce entro una teca argentea la reliquia della , particolarmente venerata”.

Bene, proviamo allora ad entrare nella chiesa e tendiamo a sinistra. Con sorpresa, notiamo che manca un qualunque riferimento all’importante reliquia. Perché stiamo parlando niente meno che di un pezzettino della Croce su cui, secondo le Sacre Scritture, Gesù fu inchiodato.

Che fare, allora? Chiediamo ad un paio di fedeli che timidamente e con fare penitente si muovono lungo l’unica navata. Nonostante l’accento tradisca una chiara provenienza indigena, nessuno è a conoscenza della custodia straordinaria. Davvero curioso…

Così, cerchiamo di arrangiarci. Guarda e riguarda, individuiamo una possibile allocazione, che presentiamo con il beneficio del dubbio.

 

Usciti, ci sforziamo di approfondire. In realtà, complichiamo ancor di più la faccenda. Ma, almeno,arriviamo ad un punto fermo che, però, nulla ha a che fare con la reliquia. Allora… la chiesa che abbiamo appena lasciato è quella di San Niccolò (con due “c”). Si tratta del rifacimento del vecchio edificio religioso di San Nicolò (con una “c”), ora detta “chiesa del castello”, e che si trova nella parte alta del paese, presso, appunto, il castello. Non molto… a dire il vero. Ma tant’è.

A proposito del castello… privato ed inaccessibile, è circondato dal vecchio agglomerato urbano medievale e, come detto, dalla chiesa originaria. Oggi, della trecentesca struttura appartenuta ai Malaspina, non rimane che la torre cilindrica (il resto è una villa cinquecentesca dei conti Ruschi – Noceti). La raggiungiamo attraversando, prima, il ponte in pietra a schiena d’asino a cavallo di un torrente impetuoso edella sua gola profonda, poi,risalendo la strada acciottolata che attraversa l’antico borgo accuratamente ristrutturato.

Ma, strane presenze abiteranno il castello e la villa? Le fonti scritte, tacciono. E quelle verbali? Purtroppo, non troviamo anima viva, salvo una coppia con cartine geografiche alla mano. Evidentemente, si tratta di turisti che difficilmente possono sapere di certe cose…

Villafranca in Lunigiana (Massa – Carrara) - Le curiosità di MALGRATE

di Stefano PANIZZA

Probabilmente, in questo piccolo borgo toscano non lontano dal più noto Bagnone, sono il castello e la sua torre svettante a far indugiare lo sguardo dei passanti. Perché si notano alquanto bene, lungo la strada che da Pontremoli porta a Massa – Carrara. E, più ci si avvicina, risalendo la via ansata della collina, la loro imponenza diventa manifesta.

Si tratta di una fortificazione medievale costruita dai Malaspina, le cui prime notizie si fanno risalire ad un documento del 1351. Come prevedibile, venne costruita a controllo della strada che congiunge l’Appenino con la Garfagnana.

Purtroppo,oggi, giorno di Pasqua, il castello è chiuso (ma, per quanto abbiamo potuto capire io e Thea, è aperto solo in certi momenti dell’anno).

 

Così, non resta che aggirarci per il piccolo ma grazioso borgo. Le strette viuzze dalle alte pareti, a volte scavalcate da passaggi aerei che collegano dirimpettaie dimore, ci fanno fare l’inevitabile salto nel medioevo.

Passano i minuti, davvero pochi, viste le modeste dimensioni del paesino, ed eccoci in fondo ad una stradina che termina con un curiosa doppia raffigurazione.

La prima, è il bassorilievo di una Madonna a mani giunte, contenuta in una nicchia in forma di volta.

La seconda, ritrae un uomo a mezzo busto dai colori pastello, che mostra un volto appuntito e serioso. Un’immagine quasi infantile. Una data, riportata in basso a destra, forse ricorda quando l’opera è stata realizzata. Ma ad incuriosire non è certo la qualità della pittura che appare davvero modesta. Piuttosto, è la frase che riporta. Sì, perché cita tale Faliero Capineri “studioso e notissimo rabdomante di fama mondiale”.

  

Ma chi era costui?

Vediamo dunque di spiegare la storia di questo curioso personaggio della seconda metà del Novecento, che, in termini più alla moda, potremmo definire uno studioso di geobiologia e geopatologia.

Di professione maestro elementare, scopre, grazie alla sua particolare sensibilità, che certe misteriose radiazioniche il sottosuolo a volte nascondepossono far male alla salute. Non è certo l’unico a sollevare la questione, ma ha comunque il merito di affrontarlain modo indipendente e di divulgarne i contenuti nelle terre lunigianesi.

Quindi, è convinto che certe zone possiedano un che di nocivo ed invisibile. Cosa glielo suggerisce? Il fatto che, in determinati luoghi, persone ed animali si ammalino più della norma (comprese gravi forme tumorali).

Di conseguenza, lì, è meglio non sostare a lungo, e men che meno dormire.

Pubblicai suoi studi ed esperimenti nel libro “L’acqua e il cancro”, soprattutto allo scopo di avvisare parenti,amici e conoscenti, insomma il mondo intero, dei pericoli che possono correre se non fanno attenzione a dove “mettono i piedi”.

Scendendo nello specifico, ma al contempo in estrema sintesi, la sua teoria è questa: “Meglio stare alla larga da certi luoghi dove l’acqua sotterranea scorre in modo veloce. Se invece lo fa in superfice, nessun problema”.

Già… ma, in partica, cosa vuol dire?

Tutto parte dall’idea che la nostra terra sia avvolta da una sorta griglia energetica, con i suoi “meridiani” e “paralleli”. Energia che cambia nel corso del tempo, a causa della rotazione del globo su se stesso e dellasua rivoluzione attorno al sole.

In ogni caso, ci sono dei siti, posti sopraagli “incroci” di questo impalpabile reticolato, che “fanno male alla salute”. Succede quandosono accompagnati da determinate caratteristiche del terreno:fenditure, sacche di metano e, soprattutto,correnti e sorgenti d’acqua sotterranee.

Ma nell’ultimo caso, che è quello che poi ci interessa, perchéquesto succede? Perché l’acqua, scorrendo, cerca disperatamente un passaggio in cui proseguire. E, ovviamente, incontra ostacoli naturali di vario genere, come strettoie e sbarramenti di terra e di pietra. Di conseguenza,rallenta il suo abbrivio, ma continua a spingere con forza per procedere nella corsa. Ciò provoca moti vorticosi ed attriti, che rilasciano energia. Questa, ovviamente,cerca di sfogarsi in ogni direzione, dunque anche verso l’alto, dove l’uomo è presente. E, più veloce è la corrente e maggiore l’acqua coinvolta,più forte sarà l’intensità del fenomeno.

Insomma, la misteriosa ed invisibile “griglia”, formata, come detto,dall’incrocio dei “meridiani” e “paralleli”, si deformaa causa dell’energia rilasciata dall’imprevedibile ed erratico scorrere dell’acqua sotterranea.

Ed una  stortura, cioè una forma naturale sgraziata e disarmonica, come insegna la “geometria sacra”, ha sempre effetti negativi sull’ambiente.

Ma sarà vero? I miei gatti, che sembrano evitare certe zone della casa, saprebbero cosa rispondere…

“Castiglione del Terziere (Massa – Carrara) – il borgo del sogno”

di Stefano PANIZZA.

Il castello ed il suo mastio, la parte più antica, dominano la piazzetta in cui occorre lasciare l’auto e proseguire a piedi. Poi, una breve ma ripida salita, portano al piccolo borgo ed al suo maniero (anche questo chiuso nel giorno di Pasqua e, probabilmente, non solo in questo…).

 

Comunque, da pannelli turistici, apprendiamo che il castello fu edificato attorno all’anno Mille, integrandosi con un insediamento bizantino precedente di alcuni secoli, e posto a difesa, con altre fortificazioni, della città di Luni. Un tempo era detto “dei Corbellari”, dal nome della famiglia che ne ebbe la proprietà per un paio di secoli. Il nome “del Terziere”, invece, pare esser nato nel XIII secolo, a richiamo della terza parte di certi possedimenti toccati in eredità al marchese Alberto Malaspina.

Ora la fortezza custodisce una biblioteca dal valore inestimabile. Ad esempio, possiede uno dei primi incunaboli (si tratta di libri stampati con la tecnica dei caratteri mobili) della Divina Commedia, una lettera autografa di Leonardo ed altri preziosi manufatti.

Il merito di questo e, più in generale, della valorizzazione del piccolo borgo, compreso il restauro del castello, è di Loris Jacopo Bononi, farmacologo, medico e poeta, morto nel 2012.  Successivamente, la sua eredità verrà raccolta dalla compagna, Raffaella Paoletti.

Io e Thea, come sempre, siamo a caccia di notizie insolite, meglio ancora se misteriose. Ma è un problema, visto che il castello è chiuso ed in giro non c’è nessuno. Forse il paese è disabitato, per lo meno nelle stagioni più fredde.

Per fortuna, ad un certo punto individuiamo una signora anziana che sta lasciando il borgo. “Ero di Milano, ma da qualche tempo mi sono trasferita qui. Se ci sono cose strane? Direi di no. Per quanto ne so io, il castello non vanta nessun fantasma e non ci sono neppure leggende che aleggiano sul borgo”.

Insomma, una delusione…

In realtà, saranno gli ultimi minuti di permanenza in loco che ci  riserveranno un curioso imprevisto.

Perché, quasi all’uscita del paese e mentre saliamo ed arriviamo ad un piccolo spazio erboso caratterizzato da una scultura slanciata, succede qualcosa. Vedo Thea visibilmente perplessa, se non addirittura turbata.

Mah… che strano… pochi giorni fa ho fatto un sogno davvero insolito. Risalgo lentamente una via acciottolata che in poco tempo mi permette di raggiungere un prato verde in mezzo al bosco. In quel luogo noto una scultura in forma di colonna o, meglio ancora, un obelisco, che so esser dedicato a Madre Terra. Poco lontano, c’è un signore. Cioè, so che è lì presente, anche se non lo vedo con gli occhi. Così come sono sicura che sia un artista e che componga opere d’arte riciclando quegli oggetti che vedo sparsi nell’erba. Poi non ricordo altro… ma il fatto che non me lo sia dimenticato forse ha un significato particolare…”.

Ma il mistero dove sta?

Sta nel fatto che il luogo in cui ci troviamo ricorda molto il contenuto del sogno di poco tempo prima: salita di sassi, prato, cippo slanciato, senza considerare che ogni via del piccolo paese è tappezzata da piccole e grandi opere d’arte, figlie della passione del Bonomi e della sua compagna.

Sarà solo una singolare coincidenza?…

Sarzana (La Spezia) - I misteri del paese

di Stefano Panizza

 

Scendendo da Sarzanello per congiungersi al paese di Sarzana, ecco subito un bel paio di misteri, entrambi collocati nella cattedrale di Santa Maria Assunta.

 

 

Al suo interno, la tradizione colloca la reliquia del Preziosissimo Sangue versato da Gesù. Pare che sia giunta nella antica Luni (oggi Ortonovo) unitamente al Sacro Volto, quando correva il Venerdì Santo dell’anno 782. In pratica, si racconta che, in quel  giorno, il vescovo di tale borgo e quello di Lucca raccolsero sulla spiaggia un pezzo di legno, che custodiva entrambe le reliquie.

Ma facciamo un passo all’indietro. Tutto nasce dalla tradizione che narra di come il fariseo Nicodemo di Arimatea avesse, prima raccolto in un’ampolla il sangue di Cristo, poi scolpito una croce con la figura di Gesù, affinché la contenesse. In un modo mai specificato, il duplice manufatto approdò sulla già citata spiaggia. La croce, chiamata Sacro Volto, venne portata a Lucca, mentre l’ampolla con il Preziosissimo Sangue a Luni. E da qui a Sarzana nel 1204…

 

 

Ma, secondo una certa fonte, la cattedrale conterrebbe anche una spina appartenuta alla corona di Gesù. Leggo che, durante i secoli, tale spina abbia saltuariamente preso un insolito colore rosso (in particolar modo quando il Venerdì Santo era coinciso con il 25 marzo), tanto da richiamare la tinta del sangue e far gridare al miracolo. Addirittura, si scrive che nel 1616, tale Giovanni Battista Saluzzo, commissario di Sarzana, vide una goccia di sangue vivo bagnare la punta della spina.

In realtà, ci potrebbe essere un po’ di confusione nella storia, perché si racconta pure che, nella coincidenza temporale sopra citata, il sangue dell’ampolla si sarebbe messo a rosseggiare e ribollire. Ed una testimonianza in tal senso risale al 1453, quando ne parlò monsignor Francesco Pietrasanta. In pratica, successe che il sangue diventò di una bella tinta vermiglia, si colorò di scuro, per poi tornare di un brillante rubino. Nel frattempo, qualcuno pensò a qualche castigo imminente e svenne dalla paura…

In ogni caso, nelle due pagine piene di scrittura, appese poco entro la cattedrale e che parlano della sua storia, non si fa cenno a nessuna sacra spina (al contrario del sangue, ben esplicitato).

Quindi, esiste oppure no questo particolare miracoloso? La presenza di certi dettagli suggerirebbe di sì, ma il dubbio è che la fonte consultata abbia fatto un po’ di confusione fra due diverse località…

Ora, usciamo sulla piazza ed alziamo lo sguardo sulla facciata della cattedrale, per la precisione in alto a sinistra.

Lì, si noterà una piccola sporgenza dalla parete. Già… ma cosa può significare? È un semplice pezzo di ferro, una spada o piuttosto una meridiana?

 

 In realtà, dal basso è molto difficile capirlo, anche se sembra davvero una lama. Forse il fatto che sia imprigionata fra le rocce sta ad indicare che, al tempo dei fatti, si era voluta accantonare l’idea di “fare la guerra”.

Ma se è davvero una spada, a chi era appartenuta?

I più romantici parlano niente meno che di Lorenzo il Magnifico, che l’avrebbe usata per l’ultima volta nella battaglia tra la Repubblica di Genova e Firenze dei Medici per il dominio su Sarzana, nel lontano 1487. Chissà…

Ma non si tratta degli unici misteri legati a Sarzana.

Dalle sue parti, infatti, per la precisione presso un piccolo cimitero, esisterebbe una casa con un grande cortile davanti, detta “Palazzo degli Spiriti”. Come presumibile, sarebbe infestata da un fantasma che, immancabilmente, si presenterebbe vestito di bianco. Ma alcuni giurano di aver visto anche delle luci svolazzare per le stanze.

 

 

Ora, però, i fenomeni sembrano cessati, ma non la nomea di luogo maledetto, visto che il fantasma pare amasse spaventare le persone che vi si avvicinavano.

E, rimanendo in tema fantasmi, la tradizione parla di una casa infestata anche dalle parti di Via Castruccio Castracani. Si tratterebbe di fenomeni di poltergeist, visti gli strani rumori uditi e gli oggetti spostati senza essere toccati. Fenomeni che non sono cessati neppure quando la casa venne sigillata dalle autorità. Anzi, due guardie messe a dormire al suo interno, furono costrette a scappare a gambe levate per lo spavento. Pare, che, all’origine di tutto, ci sia la morte di una ragazza.

Prima di uscire dal paese, io e Thea, transitiamo da Piazza Calcandola, dove la mattina del 6 ottobre 1306 si trovava Dante Alighieri, che Firenze aveva condannato all’esilio alcuni anni prima. Era lì per risolvere una certa controversia, legata a faccende di pace e di guerra. Un compito delicato, indubbiamente, e non certo l’unico che gli venne assegnato in quel periodo. Il che dimostra che non era solo un eccelso scrittore ma anche un abile politico e mediatore…

Sarzana (La Spezia) - I misteri di Sarzanello

di Stefano Panizza

 

La fortezza di Sarzanello domina la città di Sarzana dall’alto della sua verde collina. Per questo, è facile intuire che la sua costruzione, risalente al X secolo, avesse la funzione di protezione del borgo sottostante e delle vie che di lì transitavano.

Fra i suoi proprietari, va ricordatoil noto condottiero e politico Castruccio Castracani, vissuto nel Trecento, e Lorenzo il Magnifico, un secolo più tardi. Ora è in concessione al Comune di Sarzana.

Vista la sua posizione rialzata, risulta difficile dedurne la forma a distanza. Occorre, allora, girarle attorno. Si scoprirà, così, una sagoma di forma triangolare, con ai vertici tre robusti bastioni. Che, a sua volta, poggia contro la base di un altro triangolo, ma non turrito, con il vertice che punta verso l’esterno a ricordare la prua di una nave. Scelta, questa, non certo casuale, visto che la forma triangolare permetteva di deviare i colpi di artiglieria e di essere meglio difendibile. Al nemico, infatti, si esponevano solo tre lati ed occorrevano meno uomini di sorveglianza.

 

 

Poi, attraversando un breve ponticello in pietra, si scavalca un ampio e profondo fossato e si accede all’interno della fortezza.

 

 

Diciamo subito che, la parte più interessante, è dove si trovano le prigioni ed i sotterranei.

Le prime,erano soprattutto utilizzate per una detenzione temporanea (uno o due giorni al massimo), in attesa del trasferimento a quelle più importanti giù a Sarzana, oppure come punizioni di breve durata per i soldati della guarnigione.

Tanto è vero che le pareti delle celle non mostrano le classiche scarabocchiate di chi non sa come ingannare il proprio tempo.

 

 

I secondi, invece, fungevano da collegamento tra le varie postazioni di artiglieria.

 

 

Ma la parte più intrigante, come sempre, è il colloquio con le persone. Io e Thea ne incontriamo un paio che sembrano ben informate sulle vicende del castello.

Mah… c’è la leggenda che racconta di un tunnel di collegamento con la fortezza che si trova più giù, al centro del paese.

 

 

 

In realtà, non vi sono prove storiche che sia mai esistito, né, tantomeno, ritrovato.

Ricordo che anni fa venne rinvenuto uno scheletro datato a metà Ottocento, ma non aveva nulla di misterioso, salvo che non si è mai saputo a chi appartenesse.

C’è poi la curiosa tradizione che parla di prigionieri mangiati dai rospi…(NdA questa, sì, che è una storia singolare…).

Purtroppo, non c’è nessuna memoria che faccia riferimento a dei fantasmi… ma questo non significa che non ci possano essere. Perché alcuni anni fa il gruppo EPAS fece una indagine notturna che portò a risultati interessanti. Le strumentazioni, infatti, evidenziarono una sorta di , in realtà non percepibile ad occhio nudo”.

Urge approfondire…

Scopro così, visualizzando i filmati dall’associazione, che esiste la tradizione di una “dama bianca”.

La vicenda, in realtà, viene raccontata nel libro “Italia a mezzanotte”, edito nel 1968 e scritto da Giorgio Batini. I fatti sono questi. Un certo giorno, un gruppo di ragazzi scende nei sotterranei del castello. Gira di qua, gira di là, ad un certo punto ognuno di loro viene colpito alle spalle come da una bastonata. Perplessi, ma soprattutto spaventati, escono in un batti baleno dalla fortezza, in cerca di “rinforzi”. Radunano, così, un gruppo di amici coraggiosi e vi fanno ritorno. Scelta quanto mai opportuna vista la nuova sorpresa che li aspetta, certo non meno inquietante: una figura biancastra e semitrasparente (e pure incatenata) li aspetta al varco, sempre zona sotterranei. È la “dama bianca”…La storia sembra tacere sulla sua fine, ma è presumibile che il manipolo di ragazzi se le sia data nuovamente a gambe levate.

E la vicenda del misterioso “cavallo” citata poc’anzi? Contatto Giuseppe Ferrara, il vice presidente dell’associazione. “Sì, in una mia fotografia c’è una sorta di fumosità che ricorda la sagoma anteriore di un cavallo, con tanto di zampa sinistra in posa plastica, collo e testa. La cosa curiosa è che, poco prima dello scatto,ho udito un nitrito. Naturalmente mi sono premurato di chiedere alle guide se lì vicino ci fossero di questi quadrupedi, ma mi hanno assicurato che non ce n’erano. Così come sono certo che nessuno stesse fumando al momento dello scatto e che fosse una limpida serata senza foschia ”.

 

 

Ma le immagini misteriose non finiscono qui. È sempre Pippo a parlare.

Vedi queste altre due fotografie che riprendono i sotterranei? Sono state scattate in sequenza dal nostro presidente Massimiliano Maresca ma, mentre nella prima non c’è nulla di anomalo,…

 

 

…nella seconda si nota un’ombra allungata in fondo al tunnel.

 

 

Chi o che cosa era? Sicuramente nessuno del gruppo o personale del castello e neppure dei turisti, visto che la struttura era chiusa”.

Ad arricchire il menù misterioso, le storie dei così detti “Ombrari”, figure scure e diafane che, nelle notti di luna piena, si paleserebbero lungo il camminamentodelle mura.

Ma ora scendiamo giù al paese di Sarzana, a caccia di nuovi misteri…

 

La possessione diabolica - parte 1 - Chi è il diavolo?

di Stefano Panizza

 

Usando una espressione cara all’evangelista Giovanni, il Diavolo è il “Principe di questo mondo”, perché ritenuto il migliore degli angeli creati da Dio. Il suo nome deriva dal greco e significa “colui che divide”.

In ogni caso, non è questa la sede per discutere se le espressioni “Satana”, “Belzebù” e “Lucifero” (che per alcuni non significa “portatore di luce” perché, in questo caso, ci si dovrebbe riferire a luciferarius) sono modi diversi per indicare la stessa cosa, cioè il Diavolo. Oppure se, al contrario, si tratta di demoni (al momento non specifichiamo l’accento…) ben distinti e comandati dal Diavolo. Perché la faccenda ci porterebbe troppo lontano e non è lo scopo di questo scritto. Dimenticavo… l’appellativo “Demonio”, ha il suo plurale in “demòni” e non “dèmoni”, che significa “più di un dèmone”.

Noi, per comodità espositiva e perché in  fondo si tratta di semplici etichette, useremo indifferentemente un termine piuttosto che un altro, cioè li utilizzeremo come sinonimi.

Ora, ci sono tanti modi per affrontare il tema del Male, di cui il Diavolo è l’emblema. Ma, considerando che ci sono fonti competenti ed esaustive che ne parlano, vediamo di cogliere quelle sfumature meno note ma, soprattutto, citate nella letteratura esorcistica. Insomma, parleremo di Satana per come lo hanno conosciuto coloro che ci hanno avuto a che a fare “a tu per tu”.

 

Si scopre, così, che le entità maligne sono tantissime, così come altrettanto sono quelle buone. E pare che, al tempo della guerra primordiale tra angeli della luce e delle tenebre, vi furono scambi tra le parti, cioè “buoni” che divennero “cattivi” e viceversa. Una guerra scatenata da Dio, perché voleva che le sue creature avessero fede, cioè scegliessero tra il Bene ed il Male prima di conoscere a fondo la Sua Onnipotente Essenza. In pratica, Dio li mise alla prova.

Una cosa che gli esorcisti ribadiscono con forza è come sia un grave errore considerare il Diavolo come una sorta di “anti Dio”. Perché è imperfetto e non onnipotente, quindi non può essere pari al Signore. Per questo, ad esempio, non è possibile che sia in due posti contemporaneamente e non può conoscere ogni cosa, come il futuro, che è riservato solo a Dio. Anche se, come gli angeli, i demòni possono parlano all’uomo tramite la telepatia e presentarsi nelle forme più diverse, come cane, gatto e fantasma (vedi le esperienze di Faustina Kowalska).

Ma i diavoli possono dar corso anche a scene quasi comiche, come quando certuni accusano altri di essere dei pigroni e dei  fannulloni, oppure quando un “capo” si arrabbia e sbraita ordini ad un suo subalterno.

Ed a proposito di cose surreali, come dimenticare la rappresentazione di Satana, che lo vede raffigurato nudo e con le corna? Ricorda la sua bestialità, mentre la forma umana la fine intelligenza che possiede.

Ora, parliamo di alcune curiosità.

Innanzi tutto, il Diavolo in quanto spirito non può avere figli. Quindi, la storia che raccontano certi film dell’Anticristo come figlio del Diavolo è pura fantasia teologica. A proposito… è anche falso ipotizzare che l’Anticristo possa essere un demòne, perché si tratta sempre di un uomo.

E, poi, come mai il Maligno appare maggiormente nel Nuovo Testamento anche se questo testo è più breve del Vecchio? Perché, dicono i teologi, l’uomo moderno è più pronto a certe “cattive notizie”. Gli antichi, invece, si sarebbero spaventati. Sarà…

Comunque sia, Gesù diede la possibilità agli apostoli, ai discepoli ed a tutti i credenti di scacciare i demòni in suo nome. Poi la Chiesa ridusse questa facoltà ai religiosi, infine la restrinse ancora di più, limitandola ai soli parroci nominati dal vescovo. Insomma, l’uomo moderno sarà anche più pronto rispetto al passato, come detto sopra, ma a giudicare dalle scelte della Chiesa così non si direbbe (a Sua parziale giustificazione, il fatto che, al giorno d’oggi, le richieste di esorcismo sono aumentate, quindi delle regole bisogna pur stabilirle).

Infine, una sorpresa che nasce da una domanda: il Diavolo esiste, oppure no? Dubbio che avrebbe un senso in ambito laico, ma non in quello religioso. Invece, le cose stanno proprio così.

In pratica, fra i teologi ci sono tre posizioni: chi ci crede, chi non ci crede e chi sospende il giudizio. In realtà, la posizione “ufficiale” della Chiesa è chiara. Il Diavolo esiste, così come esistono gli angeli, e fin dalla Sua creazione tenta l’Uomo per allontanarlo da Dio.

Ma le differenze di opinioni ci sono anche a proposito dell’inferno: esiste come luogo fisico (così dimostrerebbero le rivelazioni dei veggenti di Fatima), oppure è solo una condizione dell’anima?

Insomma, il Diavolo ed il Suo inferno, sono solo un simbolo oppure una presenza reale?

Come vedremo nei prossimi articoli, nessun esorcista ha dei dubbi: il più grande inganno del Diavolo è far credere che non esista…

 

 

 

 

 

 

 

 

La possessione diabolica - parte 2 - Che cosa è?

di Stefano Panizza

Prima di entrare nel tema, è necessario chiarire un paio di cose. La prima, che quanto segue è rintracciabile nella letteratura esorcistica e, visto che è scritta da molte mani, è oggetto di discussione e non sempre di condivisione in ambito teologico. In ogni caso, non è materia di fede perché ne mancano i pronunciamenti “ufficiali” della Chiesa.

La seconda, che la possessione è l’ultimo ed estremamente raro intervento del Diavolo sulla persona. In questo caso, Egli si sostituisce completamente alla volontà del soggetto, trasformandolo in una sorta di burattino. Quindi, Satana agisce sulla volontà, ma mai sull’anima, che appartiene a Dio.

E cosa fa, allora?

Solitamente, si manifesta condizionando i pensieri (la così detta “fascinazione”), spingendo sulla strada sbagliata e cercando di squalificare il Bene. Ma la scelta delle azioni, in questi casi, è sempre nelle mani dell’individuo. Cioè, il Diavolo non può obbligare, ma si limita a sedurre.

Oppure, agisce su ciò che circonda la persona. In questo casi, si parla di “vessazione”, se coinvolge esteriormente l’individuo o “infestazione” quando influenza l’ambiente in cui vive (in ogni caso, è bene specificarlo, nella letteratura esorcistica i termini e le relative attribuzioni possono cambiare a seconda di chi ne parli).

Nella duplice casistica appena citata, così si possono riassumere gli interventi del Demonio:

  • fenomeni paranormali nei luoghi in cui vive il soggetto, come il poltergeist
  • segni visibili sul corpo
  • tensione nei rapporti umani
  • disturbo ad animali, facendoli comportare in modo strano (ma, non avendo l’anima, non possono avere un particolare interesse per Satana)
  • male a parenti ed amici

Venendo, invece, alla “possessione” vera e propria, e premettendo che avviene sempre con il permesso di Dio (anche se da Lui non proviene), quali sono le sue cause? Cioè, perché una persona finisce per essere posseduta?

Questi possono esserne i motivi:

  • maleficio inviato da chi vuole far del male (la patisce il destinatario, ma se ha una vita integerrima e Dio lo consente “torna al mittente”); qualora, invece, chi agisce voglia far del bene, si chiama “incantesimo”, ma anche in questo caso l’intervento di Lucifero è assicurato (il che non porta mai bene)
  • malefici ricevuti ancor prima di nascere, le così dette “consacrazioni in grembo”
  • sedute spiritiche (i medium sono posseduti dal Demonio, perché “se li vuole tener buoni”, allo scopo di portare al male quante più persone possibile. Solo se smettono tali pratiche, Lui si arrabbia ed allora i medium capiscono in quale pasticcio si sono cacciati)
  • pratiche magiche (tanto che San Paolo fece bruciare libri di streghe, maghi, astrologi ed occultisti perché in questi casi Satana interviene sempre a “dare una mano”, anche se non viene evocato in modo esplicito, dando potere all’occultista e facendo succedere le cose richieste)
  • pranoterapia (l’operatore, anche involontariamente, apre certi “canali” che il Diavolo è ben contento di imboccare)
  • invocazione conscia di Satana (ma, in ogni momento, la persona può fare “marcia indietro”, pentendosi)
  • vita dissoluta
  • comportamento scellerato dei padri, i cui peccati possono ricadere su figli (quindi, il posseduto non ha nessuna colpa)
  • frequentazione di luoghi maleficiati (ad esempio, luoghi abbandonati nei quali si sono svolte sedute spiritiche, riti occulti e diabolici)
  • scelta di Dio (pare incredibile, ma lo scopo è: migliorare la santità delle persone, far credere maggiormente nella Chiesa, per punizione (!?), perché così “chi vede, crede”)
  • scelta della persona, cioè per soffrire, migliorando il proprio stato di grazia e donando i tormenti personali alle anime peccatrici

 

Ma, alla fine, lo scopo del Diavolo quale è?

Far patire le persone ed indurle al peccato, per portarsi l’anima all’inferno.

In ogni caso, occorre ricordarlo, è sempre l’atteggiamento del soggetto che permette la possessione. Cioè, se una persona fa una vita moralmente ineccepibile, si crea una sorta di corazza contro cui il Diavolo sbatte inutilmente le Sue corna (salvo che si tratti del penultimo punto della lista di cui sopra, cioè quando è Dio a permetterlo, pur in presenza di un’anima santa).

Ed ora veniamo a diverse curiosità, sempre per come ce le raccontano gli esorcisti.

Una persona può essere posseduta da più demòni contemporaneamente (vedi la così detta Legione), ma non possono essere allo stesso tempo in ogni persona (insomma, non sono onnipotenti). E, dicono gli esorcisti, ce ne sono di specializzati in determinati tipi di interventi e che si presentano solo in certe forme corporee.

Poi, Satana non può uccidere. Spesso viene citato il caso di Annelise Michel, morta nel 1976 (da cui venne tratto il film “L’esorcismo di Emily Rose”), ma i riti del prete non c’entravano nulla. Semplicemente, è deceduta perché aveva smesso di nutrirsi.

E, chi è già sotto l’influsso di Satana, fa inizialmente una vita sana e piena di successi, cioè non soffre, né fisicamente e né spiritualmente. Chi invece non lo è ancora, ma è preso di mira, patisce, seppur non con continuità. Il Diavolo, cioè, vuol dare alla persona un po’ di respiro, affinché abbia dei dubbi sulla realtà della possessione e, quindi, non si decida a ribellarsi. Allora, il posseduto vive spesso una vita abbastanza normale (insomma, Lucifero lo “cuoce a fuoco lento”). Se poi la storia va per le lunghe, si arriva alla così detta “notte dello spirito” quando il Diavolo esce chiaramente allo scoperto e tenta il tutto per tutto.

 

 

Ma continuiamo.

Secondo gli esorcisti, oggi ci sono più possessioni. Quali sono, a loro avviso, le cause?

Eccole:

  • ateismo
  • eccesso di razionalità
  • consumismo
  • magia e superstizione
  • preti che non credono al Diavolo (perché la Sua realtà fisica non viene insegnata alle scuole teologiche, non assistono ad esorcismi, non ascoltano le confessioni di chi lamenta sospetti malesseri).

E perché le donne sono più possedute degli uomini?

Vediamo il perché:

  • pregano con più fervore (quindi, Satana le vuol portare sulla “cattiva strada”)
  • si rivolgono maggiormente ai preti (cioè, in questo caso è solo una questione di volontà a parlarne)
  • praticano con più assiduità la magia
  • Diavolo odia la Madonna, che è una donna
  • sono in numero maggiore rispetto agli uomini (quindi, è un mero discorso probabilistico)
  • perché, una volta corrotte, possono tentare di più l’uomo

Proseguiamo.

Anche i bambini possono essere avere il Diavolo in corpo, così come un posseduto, una volta liberato, può temporaneamente diventare un veggente (ma è un inganno del Demonio). E, chi è stato liberato, può tornare ad essere posseduto (insomma, mai calare la guardia).

E, poi, sorge una domanda, ma solo Satana può possedere una persona, oppure anche le anime morte e dannate (in fondo, sono divenute parte della grande “famiglia del Male”)?

In effetti, a volte si presentano anime che si proclamano infernali. Ma, secondo taluni, è sempre e solo il Diavolo travestito, per altri, invece, è davvero un’anima dannata che obbedisce ai Suoi comandi. Per qualche teologo, al contrario, dopo la morte l’anima va in paradiso, inferno, purgatorio. Quindi, non ce ne possono essere che scorrazzano sulla Terra (insomma, quando si muore si prende un “biglietto di sola andata”). Quindi, i fantasmi, ad esempio, sono degli inganni del Demonio.

In ogni caso, la faccenda è controversa perché manca un pronunciamento “ufficiale” della Chiesa.

Chiudiamo con una curiosità.

Ma come fanno i satanisti a procurarsi le ostie per i loro immondi riti?

Ecco le loro tecniche:

  • tenendole in mano all’atto della comunione
  • accettandole nella bocca, ma non prima di avervi inserito una pellicola trasparente, allo scopo di evitare il contatto con la saliva (insomma, un volta toccate dalla bava, sono da buttare).
  • rubandole, usando la chiave del tabernacolo, di cui hanno scoperto il nascondiglio

Ma come si fa ad essere sicuri che una persona sia davvero posseduta?

Lo vedremo nel prossimo articolo…

 

 

 

 

La possessione diabolica – parte 3 –come si manifesta?

di Stefano Panizza

 

Ed eccoci al punto, e cioè in che modo si comporta una persona posseduta?

Di seguito una nutrita casistica:

  • mostra una forza spropositata alla sua corporatura fisica (una sorta di parodia diabolica della forza morale)
  • parla lingue che non conosce
  • esibisce una timbrica anomala (ad esempio, un bambino comunica con voce da adulto oppure un uomo parla come se fosse una donna)
  • sfoggia poteri paranormali, soprattutto chiaroveggenza (pare un dono, ma le testimonianze delle persone la considerano una maledizione, a causa di ciò che vengono a conoscenza)
  • rivela informazioni segrete sui presenti all’esorcismo
  • odia il sacro
  • strabuzza gli occhi
  • diventa insensibile alle cure mediche per la malattia ipotizzata dai medici (che difficilmente considerano la possibilità di una possessione diabolica)
  • dimentica (ma non sempre) i momenti in cui è sotto l’influsso del demonio, visto il suo stato di incoscienza
  • cambia la mimica facciale, stravolgendo i tratti somatici
  • levita, cioè si alza dal terreno
  • palesa uno scombussolamento delle funzioni vitali (ad esempio, il posseduto ha pulsazioni normali, anche se urla come un forsennato).
  • diventa temporaneamente cieco
  • mostra apatia
  • fa l’asociale
  • perde la voglia di studiare
  • evidenzia occhi bianchi, aperti o chiusi
  • conosce a quale santo appartengono le reliquie mostrate dal sacerdote
  • disquisisce di teologia anche se è un perfetto ignorante
  • rigurgita materiale artificiale, come chiodi e pezzi di vetro (in un caso è stato pure vomitato un pupazzetto in forma di alieno…).
  • perde la sensibilità (curiosamente come i veggenti di Medjugorie…)
  • mostra le stigmate (è chiaro che la faccenda va valutata caso per caso)

 

 

 

Ma è pure ciò che succede nell’ambiente in cui si svolge l’esorcismo, che può suggerire la presenza del Demonio.

Ecco alcuni esempi:

  • improvvisa apparizione di oggetti
  • rubinetti che perdono sangue
  • insetti che spariscono al sentir pronunciare le parole del rito
  • porte che sbattono, senza correnti d’aria
  • rumori dall’origine sconosciuta
  • apparizione di figure sacre, come angeli o addirittura Gesù (anche in questo caso la presenza diabolica rimane dubbia) o di animali (come i gatti)

Chiudiamo l’articolo, con una domanda: come mai l’estasi (dei santi) e la  possessione (degli indemoniati) si presentano con le medesime caratteristiche, cioè una sorta di catalessi nella loro fase parossistica?

Nel prossimo ed ultimo articolo vediamo come si comporta l’esorcista di fronte a presunte vittime del Diavolo…

La possessione diabolica – parte 4 – come si cura?

di Stefano Panizza

A questo punto, non rimane che la domanda: che cosa fare di fronte ad un possibile caso di possessione?

Gli esorcisti non hanno dubbi, praticare il rito dell’esorcismo. Già… ma come si può essere ragionevolmente sicuri che si tratti davvero di un posseduto?

E qui ci sono due correnti di pensiero.

La prima, prudenziale, che occorre andare dallo psichiatra per capire se si tratti piuttosto di una malattia o di un disturbo mentale. Poi, invitare al digiuno e alla preghiera, che male non fanno. E spesso il problema si risolve con uno od entrambe le soluzioni.

La seconda, più spiccia, che è meglio passar subito al rito previsto dalla Chiesa, per vedere come si comporta il soggetto. Perché, se di fronte al sacro, male reagisce, allora significa che si è intrapresa la strada corretta. Insomma, si tratta di una scelta a scopo diagnostico, a dire il vero mal vista dal Vaticano, ma praticata da molti esorcisti. Come mai? Per le tante richieste che ricevono. Quindi, non hanno il tempo “per seguire la procedura”, anche se è forte il rischio che il soggetto venga influenzato dal certo inusuale comportamento del prete. Per contenere questo pericolo, egli può recitare in latino frasi senza senso, per vedere cosa fa il presunto posseduto.

In ogni caso, mai fidarsi di quest’ultimo. Magari preferisce convincersi di avere il Diavolo in corpo, per deresponsabilizzarsi e per sentirsi un prescelto (in fondo, è stato scelto dal Diavolo, mica da uno qualunque). E magari l’esorcista è d’accordo, perché avvalora la sua fede (visto che l’esistenza del Demonio è una prova dell’esistenza di Dio).

Ma prima di seguire il nostro prete nell’esercizio di queste sue particolari funzioni, occorre porsi una domanda.

E, cioè, qualunque sacerdote, può fare l’esorcista?

La risposta è no. L’esorcista deve essere nominato dal vescovo, anche se questo può autorizzare un singolo prelato per casi specifici.

E, nella sua scelta, il vescovo di cosa si preoccupa?

Che il prescelto faccia una vita di santità, sia forte e paziente. In ogni caso, mai dimenticare che è Dio a liberare il posseduto, al di là dei riti fatti in un modo piuttosto che in un altro. E, poi, di come sia necessario che l’indemoniato “ci metta del suo”, cioè che voglia esser liberato (tanto che il rito può funzionare anche a distanza) e che ci sia fede e preghiera da parte di amici e parenti, oltre che, ovviamente, nel sacerdote stesso. Questo, perché l’esorcismo è un sacramentale e non un sacramento. Quindi, per funzionare è soprattutto necessario che ci creda chi lo fa e chi lo riceve.

Ma prima di entrare nel vivo, occorre fare una precisazione storica.

Il rito dell’esorcismo viene codificato nel 1614 (e molti sospettano che fu una reazione alla nascita della scienza moderna e delle eresie), successivamente modificato nel 1999.

Ora, l’attuale versione, fra le varie disposizioni prevede l’invito alla cautela, la specifica che la nomina dell’esorcista è compito del vescovo e che l’esorcista deve consultare preventivamente un medico, per capire se medicine e psicologia possano guarire il paziente. Poi, che per usare il vecchio rituale ci vuole l’autorizzazione del vescovo stesso. Ma, soprattutto, viene rimarcato che ciò che conta è la fede, tanto che prima del 1614 gli esorcismi funzionavano ugualmente. Anche per questo, c’è libertà nell’uso dell’oggettistica.

Infine, per la cronaca, attualmente la Chiesa organizza a Roma un corso semestrale per esorcisti e lezioni sul Diavolo alla Regina Apostolorum Campus.

Tornando al rito, viene consigliato, prima di effettuare l’esorcismo vero e proprio, di fare le così dette “preghiere di liberazione”. Sono recitate in forma libera perché quello che conta è la fede e possono essere praticate da singoli o da gruppi, con laici o preti. In pratica, si chiede a Dio, ai Santi e alla Madonna di liberare il soggetto. Nell’esorcismo, invece, si ordina al demòne di uscire, in nome di Dio.

Inoltre, mai dimenticare che il battesimo è la prima forma di esorcismo. Immergere nell’acqua significa andare nell’inferno, perché un tempo era credenza che serpenti e mostri vivessero sotto all’acqua.

E veniamo, finalmente, al rituale. Come funziona?

 

 

Allora… il prete deve portar con sé il libro (rosso) con le formule del rito, il crocifisso, l’acqua benedetta, il sale benedetto e l’olio benedetto. A proposito delle cose benedette, non tutte hanno la stessa efficacia perché possiedono un loro valore intrinseco, dato dal simbolo che rappresentano (cioè, l’acqua pulita benedetta non è come la coca cola benedetta).

Poi, vi possono assistere laici ed altri sacerdoti, ma solo di provata integrità (pare, infatti, che ci siano stati casi di “infiltrati” appartenenti a sette sataniche).

A volte, l’esorcista invita un angelo, facendo attenzione ad invocare solo quelli nominati dalla Bibbia, sennò rischia di chiamare involontariamente un demòne. In altre, si appella ai santi. Che questi ultimi possano essere presenti, lo dimostra il fatto che il Diavolo è stato udito dialogare con loro.

Poi, prima benedice, e di seguito inizia l’esorcismo, con le sue formule. Secondo alcuni, funziona meglio se vengono pronunciate in latino, perché è la lingua della Chiesa. Comunque sia, al di là delle parole dette e di chi sia presente, l’esorcista scaccia il diavolo in nome di Dio, a sottolineare il fatto che è solo Lui a permettere la liberazione.

A rito iniziato, una delle preoccupazioni del prete è capire chi sia il Demonio. Per questo, pone le seguenti domande:

  • Chi sei?
  • Come ti chiami?
  • Da dove vieni?
  • Dove vai?
  • Quando te ne andrai?

Certo, il Diavolo fa di tutto per non rispondere, perché sa che anche una sola ammissione lo indebolirà.

E come va a finire di solito?

Dipende, perché il soggetto può essere liberato in poche sedute (raramente in una sola), o in tante. Oppure mai…

Naturalmente, ci sono esorcismi anche nel mondo non cristiano, ma con la differenza che non si invoca Dio ma le forze della natura ed i poteri personali di chi pratica il rito.

E funziona?

Secondo la Chiesa, no. O meglio, si tratta di una sorta di “coperta corta”, nel senso che il Diavolo non abbandona il corpo del soggetto, piuttosto fa sparire il male fisico che aveva provocato in un certo punto e lo fa saltar fuori in un altro (ricordo che le parti dolenti sono la testa, lo stomaco ed i genitali).

Un’ultima domanda. Ma se si dovesse trovare un oggetto che si pensa maleficiato, cosa fare?

Prima lo si deve far benedire, poi lo si brucia, facendo attenzione a non respirarne il fumo. Infine, si sotterrano le sue ceneri o le si spargono in acqua corrente…

Sirolo (Ancona) – La chiesa curiosa

 

di Stefano Panizza

Ed eccoci all’interno della chiesa di San Nicola di Bari, patrono di Sirolo.

 

Un santo a cui sono attribuiti eventi miracolosi davvero insoliti. E già dalla primissima infanzia…

Come dimenticare, infatti, il prodigio capitato quando era ancora un poppante. Eh, sì, perché sembra che al mercoledì e venerdì succhiasse il latte materno una sola volta al giorno ed unicamente ad una certa ora. In sostanza, praticava già il digiuno, chiaro sintomo di una vita santa fin dall’inizio. Questo per i fedeli, naturalmente. Per gli altri, una delle solite esagerazioni agiografiche per esaltare la figura di questo o quel santo.

O come quella volta che, preso un mattone di terracotta, volle dimostrare la realtà della Trinità. Cioè, fece questo ragionamento: così come Dio è uno e trino, allo stesso modo è il rosso laterizio, visto che appare come un’unica entità pur essendo composto da terra, acqua e fuoco. E, per rendere più convincente il suo ragionamento, fece spuntare dal mattone una lingua di fuoco e cadere alcune gocce d’acqua, rimanendo con la sola argilla nelle mani (in pratica, volle mostrare i suoi  sostanziali componenti). Prodigio per i fedeli e gioco di prestigio per chi non ha fede…

Ma torniamo all’interno della chiesa e proviamo ad osservare alcuni dei quadri che essa custodisce.

Partiamo da “Ester al cospetto del re di Persia”.

Una curiosa tela questa, che mostra la nominata ebrea di fronte al regale Assuero.

 

Sì, perché l’immagine è incollata al muro, pur se contenuta in una cornice. Insomma, si tratta di un dipinto ad olio su tela, ma questa è perfettamente aderente alla parete  retrostante. Quindi, non è un arazzo e neppure un affresco murale.

Ma non meno interessante è la settecentesca “Ultima Cena o Istituzione dell’Eucarestia”.

L’unicità, o meglio la rarità, visto che esiste un quadro simile nella chiesa di San Bartolomeo a Salsomaggiore Terme (Parma), sta nella rappresentazione verticale e non orizzontale della scena.

 

Il perché di questa scelta non è chiaro, anche se può essere collegato alla così detta “vesica piscis” o “mandorla”, quel simbolo di forma ogivale al cui interno è contenuta la figura di Gesù.

In pratica, l’intera scena viene idealmente contenuta all’interno di una forma sostanzialmente ellissoidale ed eretta, a ricordo della nota rappresentazione del Cristo.

Una curiosità, invece, ce la mostra la “Madonna con Bambino e San Domenico”, altra opera settecentesca. Perché esibisce un cane con il cero in bocca, accanto a San Domenico di Guzman, fondatore dei domenicani.

 

Già… ma cosa significa?

Tutto nasce dalla visione che ebbe la madre di San Domenico prima che lui nascesse. Una visione onirica, a dire il vero, dove il domestico quadrupede usciva dal suo ventre e con in bocca una torcia accesa. Ad ogni modo, trascorse poco tempo e rimase incinta. Considerando la sua devozione per San Domenico di Silos, decise di dare al nascituro il nome di questo ultimo, con la convinzione che avrebbe “illuminato” il mondo con la luce della sua fede.

Così, il buon Domenico arrivò a fondare l’Ordine dei Predicatori, più noti come i “Domenicani”. Curiosamente,  in latino, Domenicani si scrive “Dominicanus”, che ricorda molto “Domini Canis”, cioè “ I cani del Signore”. Per questo motivo, oggigiorno, i Domenicani vengono chiamati anche in questo modo singolare e sono accompagnati da un cane “piromane”…

Ma i misteri o le curiosità religiose non si esauriscono con la chiesa dedicata a San Nicola. Perché leggo in una vecchia guida che a Villa Vetta Marina, struttura che si trova a poche centinaia di metri dalla chiesa e che oggi dà ospitalità turistica, un tempo sorgeva un convento francescano. E che i due olmi posti all’ingresso furono piantati da San Francesco in persona nel 1215 (la sua agiografia racconta pure che qui predisse l’arrivo della Santa Casa di Nazareth nella vicina Loreto, trasportata da squadre di angeli dalla lontana Palestina, fatto che la tradizione pone nel 1294).

Ma gli alberi, sono davvero così vecchi? Perché, a guardare le loro foto, non si direbbe.

  

http://giornale.parcodelconero.com/it/giornale/anno-xvii—n2—2013/gli-alberi-piantati-da-san-francesco-d-assisi-a-villa-vetta-marina-viaggio-tra-mito-leggenda-e-religione/

Ed infatti, facendo qualche ricerca, vengo a scoprire che hanno più o meno duecento anni. Quindi, se il legame con San Francesco viene a cadere (ma ciò non toglie che a suo tempo potesse davvero aver interrato delle piante, poi sostituite nel tempo con altre della stessa specie), ad intrigare rimane il significato allegorico dell’olmo. Sì, perché simboleggia il contrasto verso il Male, tanto che lo si può ritrovare nei pressi delle chiese e di certe abitazioni. Ma, più in generale, è legato al mondo onirico e profetico e a quello templare…

Numana (Ancona) – Il misterioso crocifisso

di Stefano Panizza

 

Nella piazza principale del paese, si trova la chiesa del SS. Crocifisso, il cui “pezzo pregiato”, se così si può dire, è collocato alle spalle dell’altare.

Si tratta di un crocifisso ligneo che, secondo la tradizione, venne scolpito niente meno che dall’evangelista Luca e da Nicodemo, cioè colui che con Giuseppe d’Arimatea tolse Cristo dalla croce e gli diede sepoltura.

 

 La storia racconta che il manufatto finì poi a Beirut, in casa di un cristiano. Con il tempo, l’abitazione venne venduta ad un ebreo e, forse, fu proprio il nuovo proprietario a far giungere la voce della sua presenza ai sacerdoti della sinagoga. Costoro pensarono bene di ricoprire di insulti e percosse il povero manufatto e porgli sul capo una corona di spine. E chiusero la faccenda squarciandogli il petto.

Cosa successe a quel punto?

Che dal corpo ligneo uscirono acqua e sangue, che risanarono storpi, ciechi e paralitici. Ovviamente, i persecutori si convertirono al cristianesimo… Successivamente, finì nelle mani dell’imperatore Carlo Magno. Costui, per un probabile calcolo politico, volle donarlo al papa Leone III. Ma successe che, durante il trasporto via mare, la nave fu sorpresa da una tempesta e costretta e riparare a Numana, dove il crocifisso venne abbandonato lungo la spiaggia e dimenticato. Dopo il suo recupero e varie vicissitudini, fu collocato nella chiesa di Numana, a metà del 1500.

La struttura che si vede ora, in realtà, è molto più recente, tanto da essere stata inaugurata il 6 luglio 1969.

 

A questo punto che dire?

Che, in realtà, il crocifisso sarebbe un’opera bizantina del XIII-XIV secolo, proveniente dalla Polonia. In ogni caso, miracoloso pare esserlo davvero. Nelle vetrine laterali, infatti, sono raccolti alcuni ex voto, donati da persone che ritengono di aver ricevuto grazie dalla sua vicinanza o invocazione.


Provo ad osservarli. Spesso la grafia, che accompagna immagini color pastello e dallo stile infantile, è molto piccola o illeggibile. In certi casi, vengono descritti i fatti e gli antefatti (in un caso leggo chiaramente la parola “disperato”), in altri, compare unicamente il nome del miracolato, la data della grazia e un semplice e sintetico ringraziamento.

A questo punto, non rimane che parlare con qualcuno “informato sui fatti”. Trovo così una anziana signora che cura le faccende della chiesa.

Sì, ha davvero fatto molti miracoli, ma è da  tempo che non se ne vedono più. Come mai? Perché la gente ha perso la fede.

Forse non tutti sanno che il crocifisso si perse una seconda volta, dopo l’abbandono sulla spiaggia da parte di Carlo Magno. Si, perché, tanti e tanti anni fa, ci fu un gigantesco maremoto che lo portò via dalla chiesa (NdA non ho capito se si tratta della vecchia, cioè di quella poi sostituita dall’attuale o di un’altra costruita in un luogo diverso) e lo lasciò in mare per parecchio tempo. Pensi che venne ritrovato da alcuni pescatori intatto che galleggiava sulle acque fra Numana e Sirolo. Se non è un miracolo questo…”, conclude convinta.  

In effetti…

Ancona – Fantasmi in città

di Stefano Panizza

 

Io e Thea siamo di fronte al Teatro delle Muse, poco lontani dal porto e dal centro storico, in una calda serata estiva.

  

L’edificio neoclassico, inaugurato nel 1827, mostra nel  timpano triangolare (la parte alta della facciata) un bassorilievo allegorico con le nove mitologiche Muse (da qui, il nome  del complesso). Sappiamo che la struttura venne danneggiata dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e che fu oggetto di lunghi lavori di ristrutturazione, tanto da venire nuovamente inaugurata nel 2002.

Però la nostra passione non è la lirica, piuttosto l’inquietante segreto che custodirebbero le sue mura.

Ma facciamo un passo all’indietro.

Pare, dunque, che il fantasma di una donna dai lunghi capelli, anzi un “donnone” visto che sarebbe alta almeno tre metri, sia stata ripetutamente notata all’interno del teatro.

In pratica, gli episodi più attendibili sarebbero due, capitati alcuni anni or sono.

Nel primo, un paio di testimoni giurarono di aver avvistato lungo una parete muraria, anche se per pochi attimi ma in maniera inequivocabile, una evanescente forma femminile.

Nel secondo, un dipendente del teatro, che avrebbe pure scattato tre fotografie, dichiarò di aver notato una figura di donna, prima camminare e poi chinarsi, facendo ondeggiare i propri lunghi capelli. Dopo pochi secondi, però, si sarebbe allontanata velocemente, non prima di aver fatto patire all’esterrefatto testimone un’intensa sensazione di freddo.

Occorre approfondire…

Così, ci ritroviamo in un bar della vicina Piazza Plebiscito che, vista l’ora tarda, è povero di avventori. Il barista, troppo giovane per essere interessato a certe cose, ci indirizza alla signora di una certa età che, al nostro fianco, sta sorseggiando qualcosa.

Sì, in città gira la voce della anche perché sono in tanti ad averla sentita… sì, sentita, non vista chiaramente come io sto vedendo voi, anche se certe dicerie incontrollate affermano il contrario.

Comunque, c’è un particolare curioso che può spiegare la sua presenza. Mi chiedo infatti come mai si sia manifestata solo in questi ultimi anni, visto che il teatro esiste da parecchio tempo. Io credo che non abbia gradito i recenti lavori di ristrutturazione. E forse è per questo che, le sensazioni provate dai testimoni, non sono mai state piacevoli.

E, poi, chi sarebbe? Tutti parlano di una donna, ma la figura sarebbe alta ben tre metri e nessun essere umano può aver avuto in vita una simile altezza…”.

La signora sembra aver voglia di parlare.

Ma, visto che siete appassionati di questi argomenti, venite che vi mostro una cosa. È proprio qui dietro alla piazza”.    

Usciamo, dunque, dal bar e giriamo l’angolo sulla destra.

Vedete questa stretta viuzza in discesa? Si chiama Via Aranci, anche se non credo che centrino quei frutti che portano lo stesso nome. Comunque sia, si dice che un tempo si poteva scorgere una processione di monaci fantasma che andava avanti e indietro. Magari perchè da qualche parte, una volta, c’era il loro convento.

Ad ogni modo, io spesso passo di qui ma non ho mai visto nulla di strano. Quindi, o sono così sfortunata oppure i religiosi se ne sono andati via, stavolta per sempre”.

 

Mare Adriatico – Il “rettangolo maledetto”

di Stefano Panizza

È l’autunno del 1978 quando, sulla costa adriatica fra Romagna e Marche, “si scatena l’inferno”. Sì, perché sopra, sotto e a pelo dell’acqua marina si vedono cose che sfidano l’umana comprensione: luci danzanti, oggetti che entrano ed escono dal mare, colonne d’acqua alte trenta metri, onde gigantesche, zone di mare in ebollizione. E l’ignoto genera paura, tanto che per diverso tempo i pescatori tengono a riva le loro reti.

  

Follie superstiziose? No, come attestano le testimonianze della Marina Militare Italiana, le registrazioni radar, il malfunzionamento degli strumenti elettronici, ed eccezionali scatti fotografici.

E ci scappa pure il morto. È infatti la notte fra il 24 ed il 25 ottobre 1978 quando i fratelli Vincenzo e Giacomo de Fulgentiis escono con la propria barca per pescare. Verranno ritrovati senza vita, con l’imbarcazione capovolta ed intatta a venti metri di profondità. Voci incontrollate assicurano che nei loro polmoni non ci sia acqua (quindi non sono annegati) e che la loro pelle mostra strane tracce puntiformi.

Già… ma quale può essere la causa di tanto putiferio? Qualcuno parla di attività militare della Nato o del Patto di Varsavia, altri di fenomeni naturali sconosciuti, senza escludere chi tira in ballo i classici UFO.

In ogni caso, dopo alcuni mesi, i fenomeni cessano. O meglio, finisce la fase parossistica perché, in realtà, di luci ed oggetti strani in terra, mare e cielo se ne continuano a vedere. L’esempio che segue è tratto dai dossier dell’Aeronautica Militare Italiana.

È il 25 luglio 2005 quando una sorta di missile viene avvistato da tre passeggeri di un aereo di linea partito dal Cairo e diretto a Bologna. L’oggetto, lungo circa due metri,  di colore bianco ma con la punta rossa, incrocia la traiettoria del velivolo, passando al di sotto di esso. L’Aeronautica conclude che il fatto, avvenuto nei cieli fra Pescara ed Ancona, “non è associabile ad attività o fenomeni naturali conosciuti”.  

Ma c’è anche la testimonianza di Pippo Ferrara, vicepresidente dell’EPAS (European Paranormal Activity Society).

Era il tardo pomeriggio di una giornata di fine agosto di sette o otto anni fa. Con alcuni amici stavamo risalendo il monte Conero. Ad un certo punto, più o meno a metà strada, ci siamo fermati per ammirare il panorama. Spaziando con lo sguardo, la mia attenzione è stata subito  catturata da una luce.

Una luce davvero curiosa, che silenziosamente saliva verso l’alto a velocità costante. L’ho osservata attentamente, colpito dalla sua singolarità. Era di colore arancio, anche se l’apparenza poteva essere dovuta ai riflessi del sole calante. La forma risultava allungata, direi di una decina di metri, con un diametro di tre o quattro.

  

Insomma, pareva una sorta di sigaro. L’abbiamo guardata attentamente per un po’ di tempo, e questa ha continuato a salire. Poi è scomparsa, forse a causa di una lontananza sempre maggiore.

Gli ho anche scattato una foto, ma l’apparecchio era di scarsa qualità, quindi il risultato non è stato dei migliori.

Comunque, anche in altre occasioni mi è capitato di osservare, sempre sul Conero, delle luci dal movimento piuttosto anomalo. Fatti confermati da un amico che abita nella vicina Sirolo, il quale mi dice che è vedere strani bagliori andare e venire da quel monte”.

Come mai questa concentrazione di luci misteriose? Difficile dirlo. Cosa sicura è che sotto al Monte Conero furono costruite gallerie e basi militari durante la Prima e Seconda Guerra Mondiale, attive anche durante la Guerra Fredda. Ed oggi? Qualcuno sostiene che una di queste basi sia ancora  attiva e ben sorvegliata. Se così fosse, al di là del chiedersi che tipo di operazioni ospiti, è allora possibile che le misteriose apparizioni volanti siano, almeno in parte, ad esse imputabili.

  

A questo punto, ritornando ai misteri del 1978, non mi resta che interrogare chi quelle zone le abita da sempre. E, una vacanza al mare Adriatico, è l’occasione giusta. Chiedo così a Numana, nota località balneare in provincia di Ancona.

Mai sentita una roba del genere”, mi assicura una anziana signora che sta facendo le pulizie nella chiesa del paese.

Faccio domande al museo archeologico presente poco distante.  Tutte e tre le ragazze presenti cadano dal classico “pero”. Ritento con chi gestisce l’albergo dove alloggio, sperando in una maggior fortuna. Ma anche qui nessuno si ricorda di nulla, anzi la notizia è assolutamente inaspettata.

A questo punto che dire?

Da una parte, che, forse, sono passati troppi anni da quel lontano 1978 perché la gente ne abbia ancora memoria, a maggior ragione se nella zona in cui ho intervistato le persone non è avvenuto nulla di eclatante. Dall’altra, non sarebbe la prima volta che i media esagerano dei fatti pur reali nella loro sostanza.

In ogni caso, un fatto è certo: la zona del Conero e, più in generale, la costa adriatica, è da sempre testimone di eventi inspiegabili. Il perché, naturalmente, rimane un mistero.

Treia (Macerata) – Misteri e curiosità del borgo

di Stefano Panizza                                  

Treia è famosa per una cosa che in pochi conoscono. Può sembrare un ossimoro, ma alzi la mano chi abbia mai sentito parlare del “pallone con bracciale” (sport dove, in pratica, sei concorrenti, divisi in due squadre, si lanciano una curiosa palla, colpita da un altrettanto curioso manicotto, il tutto all’ombra di una alta e solida parete posta lungo uno dei lati del campo).

Comunque, si legge che fu un gioco molto popolare fino agli anni Venti del secolo scorso e che i suoi cultori migliori, i “pallonari”, erano fra gli atleti più pagati al mondo.

Ma questo, a me e Thea, interessa poco. Piuttosto, siamo alla scoperta degli aspetti misteriosi del borgo, considerato fra i “più belli d’Italia”. In effetti, le sue vie, con le case faccia vista, sono piuttosto suggestive. Ma ogni edificio che può suscitare interesse è chiuso, soprattutto le chiese, pare a causa del terremoto del 2016.

Così come risulta non accessibile la così detta “Accademia Georgica” (ma oggi è sabato, e probabilmente questo ne è il solo motivo).

 

Per la cronaca, in questo luogo, tra fine Settecento ed inizio Ottocento, si riuniva una sorta di associazione di studiosi. Lo scopo? Ricercare e sperimentare nuove tecniche agricole.

Ed è qui che nasce un piccolo mistero. Sì, perché in pieno Illuminismo, cioè nella così detta “Età della Ragione”, “gli Accademici treiesi iniziarono lo studio della meteorologia e degli influssi lunari allo scopo di conoscere gli effetti dei cambiamenti climatici sull’uomo e sulle culture” (estratto da un depliant informativo dello IAT – Pro Loco di Treia). Insomma, mentre oggi gli “scettici” assicurano che la Luna non influenza per nulla le attività agricole, gli scienziati di un tempo, una parte di quelli di oggi e la cultura contadina sono sicuri dell’esatto contrario (ed io mi fido di chi tiene la “zappa in mano”…).

A parte questo, il borgo di Treia custodisce degli enigmi, nel senso genuino del termine?

Parlando con alcune persone, parrebbe di no. Anche se un ragazzo ci assicura “…che, appena fuori il paese, esiste Villa Spada, una bellissima abitazione, ora chiusa, su cui si raccontano storie curiose. Pare infatti che sia stata costruita sopra un potente incrocio di linee energetiche e che solo in quel luogo sia possibile vedere una coppia di farfalle, una bianca e l’altra gialla, che non appartengono alle fauna del luogo”.

Un signore anziano, invece, ci parla del “diavolo che custodirebbe un telaio d’oro nei sotterranei del diruto castello di San Lorenzo, una piccola frazione di Treia, e che chi si avventurò alla sua ricerca si ritrovò, senza sapere come, lontano chilometri dal luogo della ricerca”.

In ogni caso, all’uscita del paese, un pannello turistico ci ricorda un possibile evento inspiegabile. Siamo a Porta Montana, dove la leggenda (ma di questo si tratta?) narra che nel 1271 San Nicola abbia resuscitato un bambino morto…

 

Ma i veri misteri sono a pochi chilometri, precisamente al Santuario del SS. Crocifisso, dove un tempo sorgeva la “Trea” romana. Si tratta di una chiesa moderna, costruita nel XX secolo e nel classico stile rinascimentale, anche se quella originaria sembra risalire al XIII.

  

Purtroppo, la struttura è inagibile a causa dal già citato terremoto, ma le cose più interessanti sono comunque visibili.

Mi riferisco al campanile, alto 41 metri. Perché nella sua parte inferiore, e all’interno di piccole nicchie, sono custodite due curiose statuette. Il fatto che siano delle copie (gli originali sono in un museo) ed in parte mutili, non toglie fascino alla loro presenza. Sì, perché si tratta nientemeno che di manufatti egizi… Uno, dalla posa “regale”, è posto alla destra di chi guarda…

 

…l’altro, femminile e dai seni prosperosi, è a sinistra.

 

Se a quanto si aggiunge la figura di un ibis, uccello del Nilo, presente in un mosaico, che un frate del vicino convento ci assicura non essere visitabile, ecco che la presenza egizia diviene un dato di fatto.

Insomma, chiari elementi pagani e di un possibile culto di Iside in un ovvio contesto cristiano…

Alzando, invece, lo sguardo verso la punta del campanile, non si può fare a meno di notare due curiosi gargoyle, animali mostruosi posti al di fuori delle chiese per “tenere lontano il demonio”, come ci assicura il medesimo frate. Un tocco superstizioso in una fede, quella cristiana, che ha sempre combattuto certe parvenze scaramantiche (ma non si tratta certo di un caso isolato, basta osservare le cattedrali francesi).

Poi, è sufficiente spostarsi di pochi metri, ed ecco la chiesa di legno costruita a tempo di record in temporanea sostituzione di quella, come detto, interdetta ai fedeli a causa del terremoto. Ed è qui che viene custodito un crocifisso considerato miracoloso.

Si tratta di una opera lignea del XV secolo e di autore ignoto. Raffigura un Cristo a misura d’uomo, con una curiosa triplice espressione (per questo il foglietto descrittivo posto all’interno della chiesa scrive che “una mano divina scolpì questa Immagine Sacrosanta”).

In pratica, ad osservare frontalmente il volto di Gesù, si noterebbe “serenità”…

 

…il suo lato sinistro (per chi guarda) “sofferenza”…

 

…quello destro la “morte”.

  

Io e Thea, ovviamente incuriositi da queste particolarità, ci poniamo sotto al Crocifisso, per osservare attentamente. A dire il vero, le conclamate espressioni facciali, insolitamente presenti in un medesimo volto, a noi non risultano. Insomma, ci appare solo un viso straziato dal dolore, indipendentemente da dove lo si osservi. Ma si sa, per certe cose, servono gli “occhi” della fede che non tutti possiedono…  

Padenghe sul Garda (Brescia) - Curiosità del borgo

di Stefano Panizza

Il castello si erge imperioso sulla collina che sovrasta il paese, da dove si può abbracciare, in un suggestivo colpo d’occhio, il lago di Garda.

 

Questo è l’effettivo valore aggiunto del luogo, perché le mura della fortezza racchiudono solo abitazioni civili, disposte lungo due brevi strade parallele, e, dell’antica magnificenza, rimane ben poco.

Così, per saperne di più, occorre sfogliare i libri di storia. Si scopre, allora, che si tratta di una roccaforte risalente al XII secolo, il cui accesso era (ed è) consentito da un portale ad arco, dotato di ponte levatoio.

 

E, di quel tempo lontano, resta ancora una possente torre di difesa a pianta quadrata, alta venti metri.

Nel corso dei secoli, passò, dal Vescovo di Verona, agli Scaligeri, alla Repubblica prima di Venezia e poi di Milano… insomma i soliti, infiniti, cambi di proprietà.

 

Ma, se il castello non nasconde particolari misteri, non si può dire altrettanto per il dirimpettaio lago.

Un paio di anni fa, infatti, il sonar del gruppo “Volontari del Garda” rivelò, proprio vicino al porto di Padenghe, due masse subacquee simili a grossi pesci. Due masse curiosamente rimaste immobili per parecchi minuti. Poi la telecamera, posta al di sotto dello stesso sonar, svelò il mistero: si trattava di depositi di alghe ammonticchiati dalle correnti del lago. Insomma, non si trattava di “Bennie”  (da Benaco, un altro nome del Garda), il mostro che abiterebbe le profondità del lago. In effetti, facendo una passeggiata lungo le sue rive e le sponde del porto, la presenza di questi vegetali è una costante. Quindi, che ogni tanto si concentrino in determinate zone, non sarebbe così sorprendente.

In ogni caso, una vicenda, quella del “mostro”, uscita prepotentemente alcuni anni fa, sempre grazie a rilevamenti sonar, nello specifico da parte del gruppo “Deep Explores”.

Lo strumento, dunque, rilevò una forma sinuosa e che terminava con una specie di “bocca aperta”. Ma, anche in questo caso, l’enigma venne smontato, almeno a sentire gli esperti del Cicap che nel proprio sito internet, alla fine di una lunga disanima, scrissero: “Si può così essere ragionevolmente portati a ritenere che «l’anguilla gigante» non fosse altro che un banco di pesci, che di norma producono segnali di forma non dissimile a quelli di quel tracciato”.

In realtà, la storia che un grosso animale abiti le profondità del Garda nasce da molto lontano.

Se ne parla, infatti, già nel Cinquecento, in particolar modo con riferimento all’isola Borghese, perché, molti di coloro che osavano tuffarsi nelle acque che la circondano,  confessavano di aver visto creature orribili e gigantesche.

In epoca moderna, invece, la prima segnalazione risale al 17 agosto del 1965 quando decine di testimoni giurarono sulla presenza di una grande e sconosciuta creatura acquatica che gironzolava a pochi metri dalla riva. Una sorta di serpente (definito come un “rettile dell’era glaciale”) color marrone, dalla schiena gibbosa, con una testa grossa e lungo parecchi metri. Qualcuno parlò di un gigantesco coccodrillo, ipotesi figlia delle storie che un tempo circolavano sui coccodrilli del fiume Mincio. In fondo, uno di questi esemplari è appeso alla navata del Santuario della Beata Vergine delle Grazie a Curtatone (Mantova).

 

Altri “esperti”, invece, invocarono la presenza di un grande tronco d’albero dalla forma inconsueta.

Comunque siano andate le cose, da quel lontano giorno le segnalazioni hanno latitato per parecchio tempo. Tanto è vero che, il noto libro di Maurizio Mosca intitolato “Mostri dei laghi” uscito nel 2000, non riporta altre menzioni se non quella appena citata. Il che è singolare per una creatura gigantesca che abita un lago relativamente piccolo…

Negli ultimi anni, invece, gli avvistamenti si sono susseguiti con una buona regolarità, così come le lamentele dei pescatori. Sì, perché pare che ogni tanto trovino le reti squarciate da quello che ritengono un grosso e sconosciuto predatore.

A questo punto, cosa concludere?

Che, con buona pace di coloro che ritengono che il tutto sia riconducibile a spiegazioni ordinarie (che in alcuni casi sono incontrovertibili), Bennie è sempre lì a sorprendere i curiosi e a far arrabbiare gli uomini del lago…

Lozzo Atestino (Padova) - Il fantasma del castello di Valbona

di Stefano Panizza

 

La guida turistica che io e Thea abbiamo fra le mani promette bene. Perché parla di un castello infestato con annessa una gustosa pizzeria. Ottimo abbinamento, non c’è che dire…

Peccato che giunti sul posto le cose stiano in modo un po’ diverso. Infatti, il castello è chiuso che più chiuso non si può, e della famigerata pizzeria neanche l’ombra (nonostante un invitante cartello suggerisca tutt’altro).

Eh… sì, c’era, c’era… ma è dall’autunno scorso che ha chiuso. E così è chiuso pure il castello”, precisa un giovane signore che abita di fronte all’ingresso posteriore.

 

 

Sconsolati, facciamo i classici due passi per vedere quanto meglio è possibile stando all’esterno della struttura. Dunque, osserviamola.

Mostra una struttura rettangolare con torri esagonali ai quattro angoli, il mastio centrale, due torri quadrate nella parte frontale e retrostante, con la merlatura che corre lungo l’intero perimetro delle mura.

L’impressione è di grande solidità e compattezza, forse anche per le dimensioni non certo imponenti. Più suggestiva appare la parte dove sta l’ingresso, con un breve ponte che permette l’accesso e lo scavalcamento di un modesto corso d’acqua.

 

 

Nel frattempo, la guida che abbiamo fra le mani ci racconta brevemente sua storia: il castello risale al Duecento, fu oggetto di aspre contese e di tanti cambi di proprietà, passando (anche) tra le mani della nota famiglia dei Carraresi e dei Barbarigo.

E lo scritto ci suggerisce pure il perché del curioso appellativo del comune in cui ci troviamo: Lozzo Atestino. Diciamo che le teorie sono essenzialmente due. La prima, che derivi dal latino “Lutum”, cioè “fango”, visto che in epoca antica la zona era paludosa. La seconda, che provenga dalla famiglia romana dei “Lucii”. Dubbi, invece, non ce ne sono sul termine “atestino”, che significa “estense”, che a sua volta deriva da “Este”, il nome latino del fiume Adige.

Ora, come detto, il castello è disabitato. Fuori, invece, vi stanno alcuni curiosi, con cui scambiamo quattro parole.

Lì un fantasma c’è davvero…”, confessa convinto un ragazzo. “Qualche anno fa, uno di quei gruppi che vanno nei castelli a caccia di fantasmi, captarono degli strani rumori ed improvvisi cambi di temperatura. E se ben ricordo scattarono anche una foto dove si vede un volto misterioso…”.

Cosa dire a questo punto?

Che se il pizzaiolo se ne è andato, si può dire altrettanto del citato fantasma? O, piuttosto, sarà ancora intrappolato fra quelle austere mura?

Dirlo risulta difficile, visto che non si può entrare, anche se farlo forse non è necessario, visto che la tradizione assicura che ogni tanto fa capolino fra le merlature delle mura.

Comunque sia, a chi apparterrebbe la spettrale presenza? La leggenda parla di una ragazza, per la precisione della figlia di uno dei vecchi proprietari del castello, tale Germano del Ghibelli. Sarebbe morta di dolore per non aver potuto sposare Mansur, povero di lignaggio ma uomo amato (un’altra versione, più prosaicamente, racconta che fu murata viva). E da allora il suo fantasma, completamente vestito di bianco, vagherebbe senza meta fra le sue mura (in realtà, ogni tanto cercherebbe di aprire il portone di accesso per fuggire via da quel luogo di dolore).

E il “buon” Mansur? Secondo alcuni, venne fatto uccidere dal castellano, per altri, partì come pellegrino verso la Terra Santa, perdendosi in quei lidi lontani. Infine, una certa corrente di pensiero lo vuole suicida, impossibilitato a coronare il suo sogno d’amore. 

In ogni caso, una cosa appare sicura: neppure da morti i due amanti sono destinati a vivere insieme…

Salsomaggiore (Parma) – Quando arriva l’archeologo eretico…

di Stefano Panizza.

 

Giovedì 27 settembre 2018 è una serata eccezionale al Grand Hotel di Salsomaggiore Terme. Sì, stavolta l’iperbole risulta ben spesa perché le eleganti sale dell’albergo ospitano niente meno che Sam Osmanagich.

 

 

Già… ma chi è costui?

Il nome tradisce una provenienza non troppo lontana dalle nostre terre. È infatti originario della vicina Bosnia ed Erzegovina. Insomma, dall’altra parte dell’Adriatico.

Ma, negli anni Novanta, è costretto a fuggire dalla sua amata patria e rifugiarsi negli Stati Uniti, dove diventerà un brillante imprenditore.

Naturalmente, non è questo il motivo per il quale è famoso in tutto il mondo. Allo scopo, dobbiamo tornare al 26 ottobre 2005 quando, in una affollata conferenza stampa, fa un annuncio destinato a scatenare una infinità di polemiche.

Cosa dice di così sconvolgente?

Che quella grande collina che si trova poco lontana da Sarajevo non è, in realtà, una “normale” collina. Sì, perché al suo interno è custodita una piramide a gradoni (tipo quella di Zoser in Egitto), che misura presumibilmente poco meno dell’altura stessa (quindi, ben oltre i 200 metri) e molto vecchia (forse risalente al 10.000 a.C.), visto lo spessore di parecchi metri del terreno che la ricopre.

 

 

Insomma, si tratta di gran lunga della più alta e più antica piramide al mondo. Il che, detto in altre parole, vuol dire che, molti millenni prima di quanto si legge nei libri di storia,  esisteva una civiltà tecnologicamente avanzata (quindi, tali volumi sono da buttare nelle fiamme, perché obsoleti). Tanto per avere un termine di paragone, le piramidi di Giza risalgono, più o meno, al 2400 a.C. e l’altezza di quella maggiore è di 147 metri.

Con il tempo, Osmanagich scoprirà nella medesima zona nuove piramidi (siamo nella così detta “valle delle piramidi bosniache”), per un totale di 5 e così denominate: del Sole (la più grande), della Luna, del Drago, della Terra e dell’Amore.

Ma quali sono le motivazioni che spingono Osmanagich a sostenere le teorie sopra citate a proposito delle piramidi bosniache?

 

 

Innanzitutto, ben conscio di non essere né uno storico e neppure uno scienziato professionista, si avvale di tutta una serie di esperti, partendo dai geologi per finire agli archeologici. E le evidenze che esibisce potrebbero essere così sinteticamente riassunte:

  • la pavimentazione portata alla luce è composta da blocchi squadrati con estrema precisione, a volte piccoli come una mattonella, in altre con lati di un metro e più
  • alcuni di questi blocchi sono di pietra naturale, ma certuni di una sorta di cemento artificiale
  • i blocchi più piccoli sono impreziositi da curiose linee artistiche
  • tutti i blocchi sono uniti da malta artificiale
  • le 5 piramidi sono collegate da una fitta serie di gallerie che terminano al di sotto di esse; alcune uscite risultano murate, altre mostrano lungo i corridoi certi manufatti incisi con una lingua sconosciuta
  • i lati della piramide del Sole puntano verso i quattro punti cardinali
  • le piramidi del Sole, della Luna e del Drago compongono un perfetto triangolo equilatero
  • la geologia del luogo non giustifica il posizionamento delle piramidi
  • la piramide del Sole mostra un campo elettromagnetico che è maggiore verso la cima e le sue linee di forza sono verticali anziché orizzontali (come è di consuetudine)
  • dalla cima della piramide del Sole parte e si dirige verso l’alto un fascio di energia elettromagnetica (invisibile ma rilevabile dagli strumenti) di oltre due metri di raggio
  • anche le piramidi cinesi sono contenute all’interno di colline dall’apparenza naturale
  • nella zona di Sarajevo sono state ritrovate numerose sfere di pietra modellate dall’uomo, anche del diametro di parecchi metri (troppe per una terra, quella bosniaca, così poco estesa); curiosamente ve ne sonoaltrettante in Centro America, zona ricca di piramidi.

Ma la scienza e l’archeologia che cosa dicono delle teorie di Osmanagich?

Le stroncano senza pietà… e per questi motivi:

  • le colline sono banali alture naturali
  • la così detta “pavimentazione” è composta da normali blocchi di pietra, quindi niente cemento artificiale
  • la regolarità della loro forma e disposizione è assolutamente naturale (che la natura possa esibire forme armoniche è dimostrato dalla struttura dei cristalli)
  • ai tempi della presunta costruzione delle ancor più presunte piramidi, le popolazioni dei Balcani erano assolutamente primitive
  • i tunnel che si sviluppano fra le piramidi presentano contaminazioni figlie della guerra degli anni Novanta, quindi i suoi reperti non sono scientificamente validi
  • le sfere di pietra sono banalissime “concrezioni” geologiche
  • Osmanagich, con le sue attività di scavo, sta distruggendo il patrimonio storico e scientifico della zona
  • il tutto è riconducibile ad una mera attività di marketing, tanto che il turismo della zona è incredibilmente aumentato da quando è uscita la “storia” delle piramidi

Alla fine, chi avrà ragione? L’eretico Sam Osmanagich o l’archeologia “ufficiale”?

Ma se avesse ragione il primo, per quale motivo sarebbero state costruite le “piramidi della Bosnia”?

E qui c’è la vera sorpresa della serata…

Perché sostiene con sicurezza che le piramidi non sono per nulla quanto si legge nei libri di scuola e, cioè, tombe o templi. Piuttosto, delle costruzioni realizzate da raffinate civiltà per scopi terapeutici ed in epoche che la cultura ufficiale considera abitate solo da rozzi progenitori vestiti di pelli e con la clava in mano. Culture poi scomparse, travolte da ciclici cambiamenti climatici.

Insomma, star dentro alle piramidi “fa bene alla salute”.

Come mai? Probabilmente la forma piramidale catalizza sia l’energia del sole che quella del sottosuolo, liberando all’interno della struttura una grande quantità di benefici ioni negativi. E questo senza considerare la schermatura contro i pericolosi raggi cosmici.

Quindi, con un po’ di fantasia e compiendo un ipotetico salto nel tempo, è possibile immaginare una processione di fedeli che percorrono salmodiando i tunnel sotterranei. E alla fine vederli sbucare dentro le piramidi per fare un salutare bagno di energia…

In ogni caso, l’attento pubblico, che per oltre due ore non si è perso una sola parola dell’intrigante relazione, è uscito con una granitica certezza: l’importanza del “dubbio”, inteso come forma mentis atta a non accettare in modo passivo e acritico il bombardamento mediatico e culturale dei nostri tempi. 

Montagnana (Padova) - Misteri di questo ed altri mondi

di Stefano Panizza

Partiamo dal luogo dove, per tradizione, il mistero trova comodo alloggio. E, cioè, un castello, nello specifico quello di San Zeno, situato lungo la cinta muraria che circonda per ben due chilometri il paese.

 

Si racconta, dunque, che sia infestato dallo spettro di Francesco Novello da Carrara, cioè signore di Montagnana ai tempi della conquista veneziana del 1405, e che morì sotto i colpi di una rivolta popolare. La leggenda e la cronaca aggiungono che, in realtà, non se ne sarebbe mai andato, visto che la sua presenza si manifesterebbe tuttora tramite rumori inspiegabili e luci che si accendono e spengono senza motivo.

Ma, sempre a proposito di diafane figure, c’è una seconda tradizione che, al contrario, parla dello spirito di un tale Tommaso da Mantova, pure lui assassinato dall’insurrezione dei sudditi.

A questo punto, a chi apparterrà l’inquietante presenza che ancora oggi pare gironzolare fra le tetre mura del maniero?

Occorre recarsi in loco ed indagare. E chi meglio di una guida al castello può servire allo scopo? E qui la sorpresa…

Perché il colpevole di quell’ascensore che si apre senza che nessuno gli vada accanto, così come di quella porta ben chiusa ma spesso ritrovata aperta, sarebbe lo spirito di una donna… Sì, la così detta “dama azzurra”, una nobildonna che si dice sia stata chiusa in una cassa e bruciata viva quando il castello venne dato alle fiamme dal “buon” Ezzelino (che, però, poi lo ricostruì). Correva l’anno 1242… E pare che sia stata anche avvistata da parecchi testimoni e pure fotografata (ho visto l’immagine relativa, mostra una sorta di fiammella azzurrognola lungo il vallo che circonda il castello, a cui si è deciso di attribuire una paternità spiritica).

Insomma, sono uno, due o tre i fantasmi che infestano l’altero castello di San Zeno? Chissà…

Non meno intrigante è il Duomo di Santa Maria Assunta, edificato alla fine del XV secolo e che si affaccia sulla ariosa piazza del paese.

 

Perché lungo la navata di sinistra si trova la Cappella del Rosario,  con il suo enigmatico affresco astrologico, dipinto pure questo al termine del Quattrocento. Proviamo ad osservarlo. Immagini mitologiche si alternano a segni zodiacali. Che cosa rappresentano?  Probabilmente ricordano un importante evento astronomico, però  mai identificato.

 

E basta proseguire di pochi metri ed ecco il ricordo di un altro insolito evento. Legato, sì, sempre ai cieli ma pregno di valenze ben più spirituali che scientifiche. Stiamo parlando di quel grande quadro chiamato il “Miracolo della pioggia”, datato 1695. Celebra il giorno in cui, grazie all’intercessione della Madonna, cadde l’agognata pioggia, ed in forma abbondante, dopo un lungo periodo di siccità e contagio. La storia racconta che era il 20 maggio del 1624…

 

Prima di lasciare il paese, un’occhiata all’ottocentesco Cinema Teatro Brando, chiuso negli anni Settanta.

 

Se è vero, come ricordato all’inizio, che il mistero alberga volentieri fra gli antichi manieri, non di meno è per i teatri. Perché infinito è l’elenco dei luoghi di spettacolo dove, sempre secondo i “bene informati”, si aggirerebbero presenze non di questo mondo. L’ultimo in ordine di tempo riguarda il Teatro Verdi di San Severo, in provincia di Foggia, visto che il 26 giugno 2018 un’enigmatica figura vestita di bianco è stata immortalata dalle telecamere a raggi infrarossi. Difficile capire se si tratti di uomo, donna o bambino. L’unica cosa certa, dalla forma e dalle movenze, è la sua apparenza antropomorfa. Comunque sia, l’immagine si presenta all’improvviso e sparisce alla comparsa di alcuni operai. Se a questo si aggiunge il fatto che alcuni dipendenti del teatro assicurano di sentire spesso inspiegabili rumori, ecco che il mistero si infittisce.

Sarà dunque infestato anche il Cinema Teatro Brando? Chissà…

Vicenza - La curiosa leggenda di Villa Valmarana “ai nani”

di Stefano Panizza

Le Ville Venete sono tante e famose in tutto il mondo. E, quella che io e Thea scegliamo, è (ovviamente) la più misteriosa…

Dunque, parcheggiata l’auto nel modesto posteggio che ci divide dall’ingresso (qualora fosse occupato, occorre farsi un bel pezzo di salita a piedi…), eccoci alla seicentesca Villa Valmarana “ai nani”, poco fuori Vicenza.

 

Gli appassionati d’arte apprezzeranno i vari affreschi di Gianbattista Tiepolo e del figlio Giandomenico. A noi, sempre alla ricerca di particolari insoliti, non possono che colpire certi curiosi dettagli. Come quel cane raffigurato nell’atto di “fare la cacca” o quel bambino incappucciato di bianco che pare giocare a fare il fantasma con il proprio amichetto. Ma, a dar suggestioni, è anche la donna dalle grandi orecchie, tanto grandi da percorrerle il volto dai capelli al mento (e che esibisce pure un corpetto con una profonda rientranza, tanto da ricordare una “c” estremamente panciuta). Senza dimenticare quella piramide in stile egizio che pare osservare i putti giocosi.

Già… ma come mai il curioso nome “ai nani”? Per via di quelle diciassette statue che rappresentano altrettanti nani, allineate lungo il muro cinta e visibili alla propria destra mentre si sale alla Villa. Un tempo erano collocate nel giardino interno, del quale oggi appaiono come arcigne e grottesche protettrici, visto il loro sguardo  eternamente rivolto verso l’esterno.

 

Ma la loro presenza ci porta a raccontare un’antica leggenda, legata ad un innominato signore della Villa. Pare dunque che avesse una figlia, la principessa Layana, affetta da nanismo, una figlia alla quale voleva risparmiare ogni forma di disagio. Per questo, tutto il personale di servizio doveva essere di bassissima statura. E, naturalmente, le aveva impedito di uscire e conoscere il mondo esterno. Insomma, una prigione dorata in cui era impossibile accorgersi del proprio difetto fisico.

Ma, si sa, le bugie hanno le gambe corte. Dunque, prima o poi, il problema doveva essere affrontato. E, così, si arrivò ad un bel giorno, quando nella Villa entrò un giovane principe, pare incuriosito dalla voci di popolo che di lei parlavano. Colto sul fatto, la ragazza gli si fece incontro speranzosa. E lui? Scappò a gambe levate e nella direzione opposta… Lei la prese decisamente male, vuoi per la sua reazione, vuoi perché capì finalmente il proprio misero stato. Tanto che si suicidò, gettandosi dalla torre.

Ed i servitori nani (che pare fossero venti e non diciassette come sono oggi le statue)? Qui, la tradizione non è univoca. Secondo una certa versione, rimasero pietrificati dal dolore. Per un’altra, allo scopo di punire la loro ingiustificabile negligenza, furono pietrificati ed obbligati a sorvegliare il sonno eterno della giovane.

Ma, un approfondimento della leggenda, ci ha permesso di scoprire che esiste anche una versione “oscura” della storia… sì, perché questa racconta che non fu il giovane principe a darsi alla fuga, piuttosto lei, credendolo deforme perché diverso, a volerlo uccidere per non generare mostri con le fattezze del padre…

Padova - I misteri della Torlonga

di Stefano Panizza

 

Poco lontano dal centro storico di Padova, ma ben visibile anche a distanza, sorge la specola astronomica. Sì, perché si trova in cima alla torre chiamata Torlonga, alta una cinquantina di metri e facente parte del vecchio castello della città. Un tempo erasede dell’antico osservatorio astronomico dell’Università di Padova.Poi, perse il suo utilizzo di esplorazione dei cieli già negli anni Quaranta, con la costruzione dell’Osservatorio astrofisico di Asiago. Venne infine trasformata in biblioteca, archivio e museo.

 

 

Comunque sia, la storia della torre è legata a quella di Ezzelino III da Romano, sì proprio lui, il “terribile”, chiamato anche “il figlio del diavolo”, vissuto nel XIII secolo. E non solo perché la restaurò, ma soprattutto per averla utilizzata come prigione. Poi, alla sua morte venne progressivamente abbandonata.

Tornando alla specola, ecco un mito da sfatare: non ha nulla a che fare con Galileo, nonostante l’illustre padovano sia stato un valente astronomo. Come mai? Perché alla sua epoca la specola non esisteva, essendo una costruzione settecentesca e non seicentesca…

 

 

Ma veniamo ai misteri veri e propri.

Sembra che l’architetto Zilio, cioè colui che ristrutturò la torre per conto di Ezzelino, venne chiuso all’interno della struttura e lì fatto morire di fame e di sete, affinché non svelasse i segreti con cui l’aveva edificata. E, con una fine così tragica, il suo spirito non poteva che esser destinato a vagare inquieto fra la sua amata (ed alla fine odiata) torre. Dunque, che appartenga a lui l’ombra scura o quell’apparenza lattiginosa, in ogni caso sempre lamentosa, vista vagare da più persone in cima alla torre?

Ma, “chi se ne intende”, assicura che, in realtà, si tratta di tale Sarpendone, prode e fidato scagnozzo di Ezzelino (che si presenterebbe soprattutto la sera del 23 giugno, festa di san Giovanni). In realtà, fidato fino ad un certo punto, visto che apprezzò fin troppo le doti di Selvaggia, moglie di Ezzelino. Il quale, come se ne accorse, “non gliele mandò a dire”. Perché, tagliatoli il portentoso “attrezzo”, lo rinchiuse nella prigione della torre e, come si dice in questi casi, buttò via la chiave.

Ma non possiamo chiudere l’elenco dei fatti misteriosisenza far menzione a quella luce che ogni tanto viene vista scendere dalla sommità della Torlongae tuffarsi nell’acqua sottostante. UFO o “fantasma – palombaro”? Chissà…

 

 

Padova - Il misterioso Caffè Pedrocchi

di Stefano Panizza

 

Se vi capita di camminare nel centro di Padova, tappa obbligata è il “Caffè Pedrocchi”. È conosciuto anche come il “Caffè senza porte” perché fino al 1916 era aperto giorno e notte, dando ospitalità a semplici avventori e ad impegnati letterati.

 

 

Una parentesi. Padova è anche chiamata la “città dei senza”. Come mai? Del primo motivo abbiamo già detto. Gli altri due richiami si riferiscono, invece, al “Prato senza erba” (è il Prato della Valle, la più grande piazza del capoluogo) e al “Santo senza nome” (cioè sant’Antonio, il santo per antonomasia).

Ma torniamo al “nostro” caffè. La storia racconta che nell’Ottocento, quando il proprietario Antonio Pedrocchi scavò per realizzare una ghiacciaia che asservisse il neonato punto di ristoro e di incontro, rinvenne un idolo d’oro di epoca imperiale. Nessuna sorpresa in fondo, visto che lì un tempo sorgeva la “Patavium” romana (più specificamente era la zona del Foro). La cosa inaspettata è che utilizzò parte del materiale archeologico rinvenuto per la costruzione del caffè…

Proviamo ora ad entrare nei suoi locali, superando i due colonnati sporgenti che fiancheggiano l’ingresso.

Al piano terra, si notano le tre sale principali: la Bianca, la Rossa e la Verde, così chiamate dal colore delle tappezzerie. A proposito di quest’ultima. Sembra che lì si riunissero gli studenti squattrinati, magari semplicemente per scaldarsi nella stagione invernale. E pare che anche oggi ci si possa fermare senza consumare. Da qui sarebbe nata l’espressione “essere al verde”. In realtà, le origini di questo motto non sono chiare perché le ipotesi sono tante quante le menti che si sono arrovellate per scoprile. Ad esempio, potrebbe derivare da un’antica usanza medievale che obbligava i falliti a portare un berretto verde come segno di riconoscimento.

Però, la parte “nobile”, se così si può dire, è al piano superiore (e visitabile a pagamento). Perché lì vi sono dieci sale, ognuna decorata con uno stile diverso (etrusco, greco, romano, etc).

Come mai questa insolita scelta? Forse è un romantico omaggio al passato, ma potrebbe anche nascondere una simbologia esoterica. Non per nulla, ad esempio, la scalinata pare richiamare un percorso iniziatico, le maniglie mostrano una curiosa forma di serpente che si morde la coda (simbolo di rigenerazione), senza dimenticare la sala ottagonale, dove il numero otto è metafora dell’infinito.

Ma un luogo così carico di storia può ospitare anche qualche diafana “presenza”?

In questo senso, la tradizione e l’esperienza sono possibilistiche.

Perché “si dice” che potrebbero ancora aggirarsi gli spettri del generale Radetzky e del suo maresciallo Kostantin D’Aspre. Però, non risulta chiaro il collegamento. Perché se è vero che il secondo morì a Padova, il primo spirò a Milano. Che sia sufficiente il fatto che Radetzky fu governatore del Lombardo-Veneto, con la fama di essere uomo crudele (ma che a Padova ci visse poco)? E riguardo al D’Aspre? Sicuramente trascorse molto tempo nella città patavina, così come pare che si scontrò con Radetzky sulla gestione delle terre venete (insomma, era “il più buono” dei due). Ma non fu certo l’unico del suo tempo a vivere nel capoluogo…

Quindi, alla luce di quanto, il legame dei loro “spiriti” con questo storico luogo patavino appare difficilmente giustificabile.

Nonostante questo, chi frequenta i locali parla di rumori inspiegabili, di ombre sfuggenti e di strane sensazioni, come il sentirsi osservato da presenze invisibili. 

A questo punto vien da chiedersi, ma il celebre Caffè Pedrocchi è infestato (magari da semplici ed anonime creature diafane) oppure no?

Ho modo di parlare con un esponente di un noto gruppo “scettico”, che così si è espresso: “Alcuni miei colleghi hanno indagato all’interno della struttura per ben tre giorni, e dalla mattina alla sera, ma senza rilevare nulla di anomalo”.

Ma, si sa, quando gli “scettici” arrivano, i fantasmi si nascondono…

 

 

Galzignano Terme (Padova) – Il misterioso giardino esoterico di Valsanzibio

di Stefano Panizza

 

Non ci sono dubbi, è uno dei più bei giardini d’Italia. Siamo nel complesso Monumentale di Valsanzibio, realizzato nel Seicento dal nobile veneziano Francesco Barbarigo. Ma fu il figlio Gregorio a dare un senso davvero originale all’intera struttura, ideando un suggestivo percorso simbolico, poi realizzato dal noto architetto Luigi Bernini.

Tutto nacque da un voto religioso del padre Francesco,promesso nel 1631. Da qui, l’obiettivo di realizzare un cammino (di ben millecinquecento metri) che porti l’Uomo verso la Purificazione, la Perfezione e la Verità. Insomma, la Salvezza. E per far questo, ancora oggi occorre affrontare le insidie dei vizi capitali, soprattutto la superbia, accettando i propri errori, pentirsi dei peccati e ripartire con umiltà, fede e speranza.

Ed ecco, dunque, un giardino allegorico, con oltre sessanta statue di pietra ed altrettante opere minori, il tutto inserito in un contesto strutturale di varie forme e dimensioni, ma fanno bella mostra anche ruscelli, cascate, peschiere, piante secolari ed arbusti distribuiti su dieci ettari di superficie.

Si parte (o meglio si partiva) dal Padiglione di Diana, il monumentale ingresso che si affaccia su di un piccolo specchio d’acqua e poco lontano dalla strada asfaltata.

 

 

Ma, forse, la parte più spettacolare del giardino è costituita dal labirinto di bosso, con il suo classico e tortuoso percorso (ovviamente) di salvificazione, idealmente disseminato di quelle difficoltose scelte che caratterizzano l’esistenza. Purtroppo, il giorno della visita la pesante umidità di cui l’aria era pregna, ha impedito a me e Thea di camminare al suo interno. Perché le piantine sono preziose ed il sentiero angusto (insomma, c’era il rischio di provocare accidentalmente dei danni). Abbiamo però avuto accesso al sopraelevato padiglione centrale, da cui si gode una visione d’insieme del labirinto (ed utilizzato per guidare chi, preso dal panico, non riesce più ad uscirne…).

A questo punto, vien da chiedersi quanti nel corso dei secoli abbiano davvero battuto il giardino perseguendo quegli scopi spirituali per il quale era stato creato e non spinti da semplice curiosità o divertimento. Sicuramente ai giorni nostri è molto complicato inseguire tale mistico traguardo. Perché non è chiaro cosa si debba fare (manca l’ indispensabile “libretto delle istruzioni”, se così si può dire), la mentalità moderna è lontana anni luce da questo genere di esperienza (con le dovute eccezioni, naturalmente) edinfine il percorso è davvero troppo lungo per essere concretamente fattibile con lo spirito adeguato (certo, non lo sarà mai abbastanza per far desistere i più motivati). Rimane il suo indiscutibile richiamo all’impegno per condurre una vita improntata a valori meno razionalisti e materialisti. Già… operazione non facile e carica di insidie, ma pur sempre sperimentabile con modalità che non siano il labirinto, i trabocchetti d’acqua e le simbologie di pietra. In fondo, quello conta è la meta, non il modo per raggiungerla…

 

Este (Padova) – I misteri del borgo

di Stefano Panizza

 

Poco fuori il centro urbano della graziosa cittadina di Este, fa bella mostra la seicentesca chiesa della Beata Vergine della Salute, con la sua coppia di slanciati campanili a forma ottagonale.

Ma la sua parte più misteriosa, se così si può dire, è custodita dietro all’altare. È l’immagine della “Beata Vergine Maria con il Bambino Gesù”, dipinta nel 1626 sul pilastro del muro di cinta di un podere.

 

 

 

Perché, ad un certo punto, successe che la popolazione iniziò a venerare la sacra immagine come miracolosa. E questo dopo certi fatti, capitati tra il luglio del 1638 e il giugno del 1639. Così, a furor di popolo, la cascina agricola che la conteneva venne abbattuta e al suo posto fu edificata la chiesa primigenia, a protezione del divino affresco. Da qui, il passaggio a chiamarlo la “Madonna dei Miracoli” fu breve. Finché si arrivò nell’Ottocento, quando prevalse la denominazione di “Madonna della Salute”, su precisa richiesta dell’arciprete di quel tempo.

Ad osservarla, si comprende a quale operazione venne sottoposta. Sì, perché il quadro mostra chiaramente il muro sul quale l’immagine era stata dipinta. Insomma, nessuna tecnica particolarmente sofisticata di salvataggio fu messa in campo, ma il semplice e brutale distacco di un pezzo di parete. Comunque, un affresco semplice, dai colori pastello, come a ricordare che la devozione popolare non ha bisogno di particolari orpelli.

Ma anche il locale museo archeologico ha il suo mistero. Si affaccia sui giardini pubblici, che a loro volta precedono la salita che porta al castello.

 

 

Custodisce numerosi reperti dell’antica civiltà dei Veneti, ma anche del periodo romano, recuperati ad Este e nel suo territorio. Fra i più intriganti, alcune tavolette di bronzo, sulla cui superficie quadrettata sono incise una serie di lettere alfabetiche dell’epoca più remota.

 

 

https://www.marcadoc.com/museo-archeologico-este-i-veneti-antichi/

A cosa servivano? Probabilmente a scopo didattico. In pratica, si tratterebbe di arcaici abbecedari. Però, visto che facevano parte di una serie di oggetti votivi offerti alla dea indigena Reitia, è possibile che avessero anche un fine rituale, cioè per cerimonie magico religiose. Forse dipende dal fatto che il locale santuario dedicato a Reitia fu un importante luogo di culto fra il VI secolo a.C. fino all’età romana. Come mai? Perché a quella dea venivano attribuiti poteri taumaturgici, come attestano i tanti ex voto ritrovati, che esibiscono varie parti del corpo umano, come braccia e gambe. Insomma, lì, anche prima della venuta di Gesù, si compivano miracoli…

Abano Terme (Padova) - Miracoli a Monteortone

di Stefano Panizza

 

L’appassionato di storie insolite che transita dalle parti di Abano Terme, non può rinunciare alla visita del vicino “Santuario della Madonna della Salute” di Monteortone.

  

 Se poi è anche fortunato, troverà chi gli racconta la sua intrigante e misteriosa vicenda. Ed è quanto capita a me e Thea, in una tiepida giornata autunnale.

Arriviamo sul posto quando sono in corso lavori di pulizia e ristrutturazione. Così, forse per concedersi un momento di riposo, un anziano signore, fino a quel momento molto indaffarato, posa straccio e scopa ed inizia a farci da guida. Ci spiega “questo e quest’altro”, ma la parte per noi più intrigante arriva verso la fine.  

Tutto risale al mese di maggio del 1428, quando un soldato di nome Pietro Falco sta camminando nei pressi della fonte termale che c’è poco lontano da qui. Qualcuno dice che sia lì per pregare, altri per beneficiare dei poteri curativi delle sue acque. Comunque sia, ad un certo punto nota una nuvola luminosa che scende velocemente verso di lui.

E cosa succede? Dalla nube esce una figura bellissima e slanciata, che il giovane ritiene trattarsi della Madonna. E che inizia a parlare… <bagnati alla fonte e guarirai dalle tue ferite>, afferma sicura. In effetti, non appena entra nelle sue acque, il soldato si ristabilisce velocemente.

Ma Lei va oltre… <guarda il fondale, lì, fermata da due pietre, troverai una tavola dipinta>. È quella che poi verrà chiamata la – Vergine con Gesù Bambino e ai lati San Rocco e Sant’Agostino -.

A quel punto, il soldato cosa fa? La cerca, la trova e l’appende ad un albero che si trova nei pressi”.

Neppure il tempo di metabolizzare il racconto, che la nostra guida riattacca con entusiasmo.

Da quel momento l’artistica e sacra composizione inizia a dispensar miracoli, come il far cessare la pestilenza che flagella la zona. Da qui, a far accorrere frotte di fedeli e curiosi, il passo è breve. E poco più lungo è quello che porterà alla costruzione di una chiesa qualche anno più tardi”.

 

 Mentre parla, raggiungiamo l’abside. Dietro all’altare maggiore, ecco il quadro taumaturgico. Oggi è coperto da un vetro perché nel corso de secoli, a forza di venir toccato da chi ha sperato in un miracolo, si è in parte deteriorato.


Ma la vera sorpresa è la presenza di una coppia di sassi. Sì, perché non si tratta di pietre qualunque, ma di “quelle” pietre, cioè di quei grossi ciottoli che trattenevano sott’acqua l’effige miracolosa.

 

Chiudiamo con una curiosità. Si conosce il punto esatto in cui Pietro Falco entrò nell’acqua e guarì? Pare di sì. È una piccola grotta a destra della chiesa, alla quale si accede scendendo da una piccola scala. E dove si trova una fonte di acqua calda, ovviamente ancora miracolosa…