Pizzighettone (Cremona) – L’osso misterioso

di Stefano Panizza.

Forse molti non lo sanno, ma parecchi secoli fa la parte meridionale della provincia di Bergamo e quella  nord di Cremona ospitavano una vasta zona acquitrinosa, il così detto lago Gerundo. Probabilmente si era formato e successivamente preservato grazie alle frequenti esondazioni dei fiumi Adda, Oglio, Serio, Lambro e Silero.

Di quanto, si parla fin dall’epoca romana. Ma, la cosa interessante, è che si raccontava di misteriose creature che solcavano le sue profondità ed occasionalmente si facevano vedere. E la gente assicurava che esistevano davvero grandi serpenti, e che quando si arrabbiavano diventano pure “cattivi”. Non per nulla, gli abitanti di Calvenzano, in provincia di Bergamo, avevano eretto delle mura alte tre metri e lunghe ben quindici chilometri per proteggersi dalle incursioni di questi mostri famelici.  

Ma, alla fine, sono davvero esistite queste creature in stile preistorico?

In effetti, alcune chiese poste sui confini del lago scomparso, mostrano ancora oggi dei curiosi e giganteschi reperti ossei. In questi casi, però, la prima domanda da porsi è: al di là di cosa rappresentino, provengono davvero da dove un tempo si estendeva il bacino lacustre? Perché non si può escludere che, più semplicemente, possano essere dei doni di qualche pellegrino di passaggio.

Comunque sia, uno di questi ossi si trova a Pizzighettone (Cremona), presso la sacrestia della chiesa di San Bassiano. E, stavolta, non ci sono dubbi sulla sua provenienza, perché fu ritrovato poco lontano dal paese il 1 gennaio del 1300, dopo la piena del dicembre del 1299.

 

Zona “prolifica” questa, verrebbe da dire. Nel 1995, infatti, venne rinvenuta la grande vertebra di un animale preistorico nei fondali del fiume Adda. A scoprire il reperto fu tale Walter Valcaregni, un muratore di 47 anni che in passato si era già distinto per ritrovamenti di questo genere.

Ma torniamo al “nostro” osso di San Bassiano.

La chiesa è piuttosto buia ma presenta pitture color pastello che catturano l’attenzione del fedele con la loro genuina semplicità e grazia.

Però, quanto interessa gli indagatori del “mistero” si trova a sinistra dell’altare, cioè nella sacrestia. Ce lo conferma a me e Thea, fidanzata e pure lei studiosa di eventi insoliti, una signora che sta rassettando alcune cose lungo la navata. “Sì, è di là, ma speriamo che sia aperta”, abbozza quasi con rammarico. Ci fa strada con passo veloce. “Ah… meno male…”. Così, entriamo in una piccola stanza, in cui a dominare sono i candidi abiti da sacerdote.

Guardate alle vostre spalle, sopra alla porta”, esclama soddisfatta. Ed è proprio lì, il “nostro” osso, appeso ad un piccolo gancio.

 

È davvero lungo, fra il metro e mezzo ed i due metri. Mostra un colore lattiginoso ed una forma arcuata che prende un angolo deciso in una delle sue estremità.

Ma sarò davvero l’osso di un mostro che spargeva terrore nel lago Gerundo?

Probabilmente no, anche se non credo che siano state eseguite puntuali analisi di questo curioso reperto. Diciamo che ha tutta l’aria di essere la costola di una balena fossile. In fondo, un tempo da quelle parti si estendeva il mare e, scheletri di questi grandi animali, sono stati spesso rinvenuti sulle Prealpi ed in Appennino.

Insomma, pare che stavolta il mistero non ci sia…

Vipiteno (Bolzano) – Le curiosità di Mareta

di Stefano Panizza.

 A “due passi” dalla più nota Vipiteno, ecco la piccola ma graziosa Mareta. Siamo in Val Ridanna, a 1.050 metri di altitudine. Un luogo bucolico, circondato da montagne impervie, prati rigogliosi e prosperi boschi. Gli appassionati di storia la ricordano per il castello Wolfsthurn, vicinissimo a Mareta ma in realtà nel comune di Racines. Si tratta di un edificio barocco posto sulla sommità di una modesta collina e che contiene un’importante collezione di oggetti di caccia e pesca (e si legge possieda “365 finestre”). Di quest’ultima particolarità, io e Thea chiediamo conferma ad una signora anziana che pare abitare la zona da sempre (al tempo della visita il castello è chiuso, quindi non ci sono alternative per raccogliere informazioni). In un italiano zoppicante confessa “…io non sapere essere vero…”. Quindi, il dubbio rimane.   

 

E veniamo alla curiosità, o se vogliamo, al piccolo mistero di Mareta, cioè alla chiesa parrocchiale consacrata a San Pancrazio (vicinissima al castello). A ricordare la dedica, è anche un curioso colonnotto con quattro bassorilievi color ocra sospesi su altrettanto facciate (ed una di queste riporta proprio l’immagine di Pancrazio). Comunque sia, va detto che le prime tracce della struttura risalgono al XII secolo, poi oggetto di rifacimenti in stile gotico e barocco, e che custodisce un importante ciclo pittorico intitolato al santo. Già… ma stiamo parlando di un personaggio decisamente minore, “poco importante”, verrebbe da dire. Quindi, perché questa scelta?

 

Facciamo un salto all’indietro. Pancrazio visse a Roma nel IV secolo ai tempi di Diocleziano, dove morì martirizzato per decapitazione all’età di quattordici anni. Bene… ma è spulciando la sua storia che esce una possibile spiegazione al perché dell’insolita dedica. Perché San Pancrazio è uno dei quattro “Santi di Ghiaccio” (gli altri sono San Servazio, San Mamerto, e San Bonifacio di Tarso).

Ma cosa si intende con questa curiosa espressione? Fa riferimento ad un particolare comportamento del clima. In pratica, ricorda quell’improvviso abbassamento delle temperature che si verificherebbe poco prima dell’arrivo della bella stagione. Una leggenda contadina? Molti sono convinti di no. Perché pare che si presenti davvero ogni anno verso la metà del mese di maggio, cioè nei giorni dedicati rispettivamente ai santi sopra citati, ed in vaste zone dell’Europa centro-settentrionale. E sembra che al fenomeno siano particolarmente attenti gli austriaci (insomma, ogni anno attenderebbero quasi con ansia che si ripresenti…). E, lo ricordiamo, Mareta è in Sud Tirol…

La scienza, da parte sua, ha cercato di spiegare la curiosa manifestazione. In sostanza, sarebbe figlia di particolari movimenti dell’atmosfera, combinati agli effetti dello scioglimento dei ghiacciai montani. Lo stesso Galileo se ne occupò, così come altri scienziati. Qualcuno ipotizzò (erroneamente) esser causata da una fascia di asteroidi che, intersecando annualmente l’orbita della Terra, ostacola il flusso dei raggi solari.

Ma non tutti sono d’accordo sul suo spessore scientifico, visto che il fenomeno non si presenterebbe con una  puntualità così “matematica”. Quindi, c’è chi ritiene la faccenda una semplice leggenda popolare.

Come stanno veramente le cose? Non rimane che soggiornare a Mareta verso la metà di maggio ed aspettare, magari sorseggiando un bicchiere di birra…

Vipiteno (Bolzano) – Passeggiando tra storia e misteri

di Stefano Panizza.

Vivere Vipiteno significa, soprattutto, percorrerne la via centrale perché è attorno ad essa che si sviluppa il suo nucleo storico. Ad un certo punto, si incontra la Torre Civica (o Torre delle Dodici), alta 46 metri e che divide idealmente in due parti la città.

 

Proviamo ad osservarla.

Colpisce il curioso tetto a doppia falda e con gradoni. È figlio di un rifacimento ottocentesco, necessario per rimediare all’incendio che aveva distrutto l’originale manufatto quattrocentesco. Un tempo, la torre veniva utilizzata come luogo di avvistamento, per stanare in tempo utile eventuali nemici e come rifugio in caso di pericolo. Ad ogni modo, c’è una cosa che lascia perplessi. Cioè, perché la torre non ha il classico spiovente ad angolo acuto, viste le abbondanti nevicate che colpiscono la zona?

Ma, ancor più singolare è il simbolo della città, posto in bella evidenza sotto all’antico orologio (che, confesso, non ho visto da nessuna altra parte). Mostra un pellegrino incappucciato di nero, con un rosario nella mano destra ed un bastone in quella sinistra, il tutto sormontato da un’aquila tirolese. Cosa significa? Pare ricordare il vecchio ospizio che dava ricovero ai pellegrini.

 

Ma una specifica va fatta sull’orologio stesso. Riporta le ore in base alla vecchia suddivisione della giornata (dalla VI alla V, passando per la XII), voluta in epoca medievale dalla Chiesa cattolica per dettare i tempi della preghiera comune. Non per nulla esiste il “libro delle ore”, in cui vien specificato che la tal preghiera deve essere recitata alla tal ora. Se è vero che pure di notte e all’alba è necessario orare, la prima ora citata è proprio la VI. Non ho trovato invece precisi riferimenti all’ora V (ricordo ben indicata nell’orologio della torre), ma ritengo possa identificarsi con il tramonto, quindi con il momento dei Vespri o meglio della Compieta, che si recita prima di coricarsi.

Oltre la torre e sulla destra, si trova la chiesa del Santo Spirito, che custodisce una serie di belli affreschi quattrocenteschi color pastello. A far venire i brividi, sono le rappresentazioni del Giudizio Universale. A questo proposito, va ricordato un fatto curioso. Quattro tavole dipinte che parlano della fine dei tempi furono donate da Benito Mussolini ad un importante gerarca nazista, in una sorta di slancio di generosità. Ritornarono a Vipiteno solo nel 1959…

 

Nel cortile del municipio, anch’esso posto lungo la via principale, fa bella mostra una stele del dio Mitra (II-III secolo d.C.). A dir la verità, è una copia dell’originale che si trova al Museo Archeologico di Bolzano. Il reperto è noto almeno dal 1587, a quel tempo murato nell’edificio doganale di Mules (nel vicino comune di Campo di Trens). Nel Settecento ed Ottocento fece “un paio di giri” in Austria, tornando in Italia solo dopo la Prima Guerra Mondiale. È la classica rappresentazione del dio Mitra che sacrifica il toro, in un gesto che viene ritenuto simbolo di fecondità. Ed è affiancato da due figure, con la fiaccola in mano. A completare l’idilliaco quadretto, il sole, la luna e scene della vita di Mitra stesso.

 

Già, ma cosa ci fa il dio Mitra, tipica divinità persiana a Vipiteno? Furono i soldati romani, di ritorno da guerre combattute in quella terra lontana, a portare in Italia il suo culto durante il II secolo. Ma il mistero, se non riguarda la presenza della stele, coinvolge invece la figura che riporta.

Cioè, è vero che il cristianesimo, in molti suoi aspetti, ha fatto una sorta di copia/incolla del mitraismo? Su questo punto si sono scatenate infinite polemiche. Ad esempio, secondo la tradizione orientale Mitra sarebbe nato da una vergine. Ma la versione romana del suo culto lo fa invece nascere (e già fanciullo) da una roccia. E, poi, ci sono davvero i pastori alla sua nascita, come il più idilliaco dei presepi? In altre parole, i due “tipi” sopra citati, sono dei pastori? Forse no. Si tratterebbe di Kautes e Kutopates che, unitamente a Mitra, rappresenterebbero il ciclo quotidiano del sole (alba, mezzogiorno e tramonto). In ogni caso, le indubbie similitudini sembrano esser presenti solo con la versione romana del mitraismo, non con l’originale del 1400 a.C. Anche se, a dire il vero, non esistono certezze in cosa consti davvero quest’ultima. Perché i mitraisti originali non hanno lasciato testimonianze scritte dei loro riti e delle loro credenze. In altre parole, ciò che gli studiosi hanno tra le mani sono delle prove archeologiche, come templi e statue. Cioè, abbastanza poco…

Meno dubbi, invece, su quanto si trova a fianco del bassorilievo di Mitra. Perché si tratta di un miliario romano, risalente ai tempi di Settimio Severo. Ricorda la riparazione del 201 d.C. dell’importante strada, rovinata dalle continue guerre, che attraverso il Brennero unisce l’Italia alla germanica Augusta (distante 135 miglia, come indicato sulla colonna stessa). Intervento resosi necessario per facilitare lo spostamento delle truppe. Per la cronaca, il cilindro di pietra venne recuperato nella ghiaia del vicino fiume Isarco, a tre metri di profondità.

 

Uscendo dal paese, ecco due castelli dirimpettai che sembrano guardarsi con sospetto… ma questa è tutta un’altra storia… Ne riparleremo.

Bressanone (Bolzano) - L'Uomo Selvatico

di Stefano Panizza

Ci scusi, ci può dire dove possiamo trovare la statua dell’Uomo Selvatico?”. Con Thea, sono di fronte ad un anziano signore, quasi nel centro di Bressanone. 

Cosa?…”, è la risposta che ci rimanda, tra il sorpreso e l’ironico. Morale, il tipo non ha la più pallida idea di quanto stiamo dicendo. Anche con un secondo ed un terzo abitante non va meglio. Poi, finalmente, troviamo una gentile signora che “ipotizza” essere nel tale posto. “Ma non ne sono propria sicura”, quasi si scusa. In realtà, le sue indicazioni risulteranno corrette.

E sì che lo slanciato manufatto, alto quasi due metri, non dovrebbe passare inosservato. Si trova in posizione sopraelevata lungo i “Portici Minori” (e vicino a quelli “Maggiori”), proprio vicino alla casa dove, almeno per un certo periodo, visse Mozart.

 Proviamo ad osservare la statua. È sicuramente di legno, ha l’apparenza di un uomo, ma con tre teste sulle spalle. E sappiamo che risale al XVI secolo.  

Già… ma perché viene definito “uomo selvatico” e perché si mostra policefalo? 

Diciamo che, nel primo caso, sarebbe un riferimento alle antiche popolazioni che abitavano le selve della zona. Quindi, l’accezione “selvatico” non andrebbe intesa come rozzo ignorante, ma piuttosto nel senso letterale, cioè di abitante dei boschi. Che, su questo non ci sono dubbi, avevano una perfetta conoscenza del mondo naturale e dei suoi segreti, così come una buona capacità tecnologica, tipo la lavorazione dei metalli.

Ma non tutti sono d’accordo con questa interpretazione. Per costoro, il termine avrebbe un’accezione totalmente negativa, cioè sinonimo di grezzo e violento, in contrasto con la “luminosa ragione” degli umani “normali”. Ed in questa prospettiva va inserita la storia del sovrano babilonese Nabucodonosor, di cui parla la Bibbia, diventato selvatico (ma solo per sette anni) e scappato lontano dalla città.

Forse la figura dell’Uomo Selvatico è positiva e negativa, così come forte e debole, allo stesso tempo. Cioè, a volte, incarna gli aspetti più tenebrosi dell’animo umano e deleteri della società. In altre, l’uomo saggio che “conosce” e rifugge l’ipocrisia del conformismo dominante. 

Ma viene anche descritto fisicamente vigoroso, e pure pregno di paure irrazionali e di comportamenti singolari. Ad esempio, pare che non sopporti il vento, tanto da correre velocemente a nascondersi al suo alzarsi, così come pianga quando splende il sole.

Comunque sia, veniamo alla seconda domanda. Perché la statua di Bressanone presenta ben tre teste?

  

 Diciamo subito che appare insolita nella iconografia dell’Uomo Selvatico. Piuttosto, ricorda la raffigurazione di Cerbero, il mostro infernale posto a guardia dell’Averno. Per la precisione, doveva controllare che le anime dei morti, una volta attraversato il fiume Stige, non tornassero nel mondo dei vivi. Quindi, simboleggia il guardiano fedele e che non si può corrompere. Anche in questo caso, la valenza risulta doppia. Brutto e spietato, ma anche ligio alle regole che gli sono date.  

Insomma, al di là delle sue molteplici ed antitetiche interpretazioni, l’Uomo Selvatico sembra una semplice allegoria. O forse no…

Perché, stando a numerose testimonianze, sarebbe anche una creatura reale, cioè in “carne ed ossa”. Ed i racconti  sono state raccolti in ogni angolo del mondo e dalle persone più diverse. Certo, i suoi nomi possono essere differenti, Bigfoot, Sasquatch, Abominevole Uomo delle Nevi, etc. Ma la sostanza non cambia: è il classico uomo forte, peloso e schivo, di cui da sempre parla la tradizione.

Insomma, attenzione ad aggirarsi nelle boscose montagne di Bolzano, si potrebbero fare incontri alquanto curiosi…

Campo di Trens (Bolzano) - Il Male ed il Bene

di Stefano Panizza

Una vecchia tradizione popolare racconta di un sinistro corteo che ogni tanto si snoda nella zona di Campo di Trens. Un lunga e disordinata fila di spettri urlanti, anime dannate, mostri, streghe e demoni che squarcia il silenzio della notte. A volte, è preceduta da folate di vento gelido così come, ai cupi personaggi citati, si può aggiungere una muta di cani inferociti. In altre parole, stiamo parlando della così detta “caccia selvaggia”…

Ma, essere testimoni della lugubre processione, non porta bene. Anzi, è considerato un presagio di terribili sciagure. E i mortali che vi assistono sono destinati ad una fine prematura (e magari condita da indicibili sofferenze). Guai finiti? Mica tanto, perché vengono scaraventati nell’aldilà da qualche sadico dello sguaiato “teatrino”, dove i supplizi proseguono in eterno…

Venendo al lato “positivo” della zona, non si può che citare il Santuario di Maria Trens, al quale è legato un fatto miracoloso.

In pratica, tanto tempo fa successe che un contadino rinvenne una statua della Madonna, sepolta da un cumulo di terra. Non è chiaro, però, cosa stesse cercando in quell’ammasso scuro. Forse, era semplicemente rimasto incuriosito dall’insolita montagnola. O magari, ipotizzò trattarsi del risultato di una frana che temeva avesse seppellito qualcosa di utile. Comunque sia, ci aveva visto giusto…

Gongolando per il fortunato ritrovamento, si portò a casa la statua. In questo modo, contava di aver la protezione per se stesso e la propria famiglia.

 

Ma non aveva fatto i conti con le insondabili scelte che cadono sui mortali dall’alto dei cieli. Perché, la mattina successiva, del manufatto non vi era più nessuna traccia. Gira e rigira, ma anche incredulo e preoccupato, la ritrovò infine in una cappella a fianco della chiesa del paese. Ovviamente, la voce si sparse in un battibaleno e tutti gridarono al miracolo. Da lì, a costruire un santuario meta di tanti devoti e pellegrini, il passo fu breve.

A quando risalgono questi fatti, ammesso che siano almeno in parte reali? Probabilmente al XIV secolo, anche se l’attuale struttura della chiesa è frutto di rifacimenti successivi.

 

 

 

A visitarla, una considerazione sorge spontanea. Se esternamente lo stile gotico risulta piacevole allo sguardo, molto meno si può dire del suo interno. Perché la sensazione di “pesantezza” diventa quasi fisica. La colpa? Una serie di affreschi e di statue ridondanti di colori, addobbi e ghirigori, unita alla tristezza delle loro espressioni facciali (insomma, stiamo parlando di un Barocco che più Barocco non si può). A peggiorar le cose, una quantità impressionante di ex voto, che parlano chiaramente di malattia, dolore e sofferenza.

In ogni caso, la devozione non è certo diminuita ai giorni nostri. Lo dimostra il fatto che ancora adesso certi pellegrini compiono l’ultimo pezzo che porta alla chiesa (in salita) strusciando le ginocchia…

E un altro mistero potrebbero essere le reliquie di tale San Tranqilinus, custodite in una modesta teca di vetro. A dar una sbirciata al suo interno, si nota chiaramente un piccolo teschio.

 

 

 

Quindi, almeno quello, è davvero lì. Già… provo a fare una ricerca per capire chi fosse. Leggo che, al tempo delle persecuzioni di Diocleziano e mentre inginocchiato pregava sulla tomba dell’apostolo Paolo, fu lapidato dai pagani. Ma soprattutto apprendo che il suo corpo fu scaraventato nel Tevere. Quindi, scomparso per sempre? A dire il vero, un successivo approfondimento parla di una custodia della salma nella cripta dei santi Cosma e Damiano, lungo la Via Sacra a Roma. Quindi, mi chiedo, come potrebbe essere in una chiesa a Campo di Trens?

Insomma, in qualunque modo si guardi la faccenda, c’è qualcosa che non torna…

Campo di Trens (Bolzano) – I due castelli

di Stefano Panizza

Uscendo da Vipiteno e girando a sinistra in direzione Bressanone, si incontrano due castelli in posizione sopraelevata: uno a sinistra e l’altro a destra della strada provinciale.

Partiamo dal primo. Si tratta del privato e duecentesco Castel Pietra, caratterizzato da una torre circolare (la parte più vecchia della struttura), con a fianco il palazzo e la cappella di Sant’Erasmo.

In realtà, il suo nome completo ed originale è “Sprechenstein”, cioè “pietra che parla”. Già… ma come mai questo curioso appellativo? E, qui, le ipotesi si sprecano. Diciamo che quella più “scientifica” fa riferimento a suoni di bassa frequenza, occasionalmente emessi. E sarebbe in buona compagnia, visto che non si tratterebbe di un unicum nel panorama delle antiche costruzioni. Un esempio sono i colossi di Memnone in Egitto, che ho avuto modo di visitare alcuni ani or sono. Si tratta di due statue gigantesche con le fattezze da faraone, create in posizione seduta e poste a guardia di un antico tempio. Purtroppo, nel 27 a.C. vennero danneggiate da un forte terremoto. Da allora, e per parecchio tempo, ad ogni alba parevano emettere degli strani suoni, simili a sibili. Poi, una loro ristrutturazione del 199 d.C., pose termine al misterioso fenomeno. La spiegazione “ufficiale” (mai dimostrata)? L’evaporazione dell’umidità notturna attraverso le fessure della pietra. Mi chiedo, però, se questa possa anche essere la spiegazione per il “nostro” Castel Pietra

Proseguendo con qualcosa di non meno misterioso, da tempo immemore circola la storia del fantasma di un cavaliere, assassinato da colui che si era invaghito della sua bellissima moglie (e quindi non gradiva l’ingombrante presenza del marito). E pare che il suo spirito si mostri ancora dalle parti del castello con la freccia piantata nel petto…  

Di fronte, ed in posizione leggermente più bassa, svetta Castel Tasso, più vecchio di un secolo dell’illustre dirimpettaio. Purtroppo, nel periodo invernale è chiuso, ma si possono ugualmente raccogliere informazioni interessanti.  

Visto che il castello non è mai stato saccheggiato, appare in ottimo stato, sia esternamente e, da quanto si legge, anche al suo interno. E, poco lontano dalla struttura principale, sorge la cappella di San Zeno. A questo proposito, si racconta un fatto curioso. È infatti successo che al suo interno siano state ritrovate ben otto bare di legno (e con dentro alcune ossa), risalenti al IV e VIII secolo. Un paio di esse sono custodite all’interno del castello, le altre sono conservate al Museo Archeologico dell’Alto Adige. Ma, a dare un tocco di mistero, è anche la presenza  di una prigione piuttosto buia e posta a cinque metri di profondità.

 

Ritorniamo alle leggende. E, visto che i “nostri” sono piuttosto vicini l’uno all’altro, non potevano che condividere una medesima storiella. Pare allora che, tanto tempo fa, i due castellani amassero fin troppo farsi la guerra, con inevitabile disagio (leggi, morte e saccheggio) per le popolazioni della vallata. Così, un bel giorno, si misero la mano sul cuore e decisero di risolvere la tenzone con una innocua sfida personale. Essendo ottimi arcieri, salirono sulla torre più alta dei propri castelli e scoccarono una freccia. Lo scopo? A dire il vero, non l’ho capito ma ritengo trattarsi di una gara di precisione o di distanza. Fatto sta che i due dardi si incrociarono proprio al culmine delle rispettive parabole, precipitando al suolo fra i sospiri e la sorpresa del numeroso pubblico accorso. Il fatto fu interpretato come un evento miracoloso e decisero di sospendere le ostilità a tempo indeterminato.

Il tempo passò. Ma, ad un certo punto, “qualcuno” dall’alto dei cieli decise di far sentire nuovamente la propria presenza ed in modi non sempre benefici. Ne riparleremo…

Bagnone (Massa – Carrara) – “I misteri di Treschietto”

di Stefano Panizza

 Dominano il torrente Bagnone, dall’alto del rialzo collinare posto ai margini del paese. Stiamo parlando dei resti del castello di Treschietto, costituiti da una grande torre circolare edun muro fatiscente. A circondarli, quasi a protezione,l’abbraccio di un prato erboso in leggera pendenza.

Ci si può accedere? No, perché il complesso èrecintato ed interdetto al pubblico. Come se non bastasse, la mancanza di un qualunque pannello turistico,non aiuta a saperne di più.

Stesso discorso per il Monte Matto, che domina l’intera vallata, perché rimane sconosciuto il motivo del curioso nome che porta.

Ad ogni modo, io e Thea veniamo a sapere che si tratta di uno dei tanti castelli costruiti o posseduti dai Malaspina.

Comunque, tralasciando le sue vicissitudine storiche, eccoci alle succulente leggende che coinvolgono il paese…

Una di queste parla di voci strazianti che, in certe notti, si udirebbero provenire dagli antichi resti del maniero. Si tratterebbe di giovani donne, abusate ed uccise da GiovanGasparro(o Gasparo) Malaspina, detto il “mostro”, dopo orge sfrenate o “semplici” jusprimaenoctis. E, chi si ribellava, padre, marito o chiunque fosse, non faceva una fine migliore (la storia parla di “crani fracassati”) e si univa, suo malgrado, alle fanciulle buttate nel pozzo. Per la precisione, le voci inquietanti si riferirebbero a tre sole ragazze, cioè le uniche a non ricevere una degna sepoltura.

Ma la leggenda va oltre, raccontando di un vitello d’oro sepolto nei sotterranei del castello. Vero o falso che sia, legioni di cacciatori di tesori lo hanno cercato nel corso del tempo (e devastato la struttura).

Ad incuriosire il turista, però, è anche una maestà settecentesca posta a quell’incrocio che, da un lato, porta alla fortezza, dall’altro, alla strada provinciale. Lì, pare pregasse tale Ottavia, cioè la moglie del terribile castellano sopra citato. Cosa implorava? Che,lassù, qualcuno le facesse la grazia di toglierlo dai piedi. Forseci fu una incomprensione, perché, invece, a sparire fu proprio lei… Lui, di rimando, aspettò la veneranda (per quel tempo) età di 62 anni prima di passare a miglior vita.

In realtà, nell’aldilà pare non esserci andato perché, a prestar ascolto ad una certa diceria, il suo fantasma vagherebbe intrappolato nella torre del castello. Come mai? Che lo stesso diavolo non lo abbia voluto? No, probabilmente la “colpa” è della famosa “cipolla di Treschietto”, che bloccai “cattivi” così come l’aglio ferma i vampiri…

Comunque sia, poco lontano dal manieroecco un’altra edicola. Stavolta l’ignoto artista si è superato, alloggiando nella nicchia di un tronco d’albero la statuina di una“Madonna con Bambino”color latte. Una data, 1886, pare ricordare il momento del suo collocamento e la scritta “M.V. DI MONTE – NERO” a quale Vergine risulta stata dedicata. Ma chi è questa Madonna dal nome curioso?

  

Innanzi tutto, fa riferimento all’omonima collina che si erge nei pressi di Livorno e dove è ubicato il Santuario dedicato alla Madonna delle Grazie. Tutto trae origine da una tradizione che racconta come, il 15 maggio 1345 e festa di Pentecoste, uno zoppo pastore scoprì l’immagine di una Vergine. Non è chiaro il perché, ma alla fine la portò sul colle di Montenero, dove pare abbia profuso miracoli a piene mani. E, a confrontar la sua figura con quella incastonata nel tronchetto, la somiglianza risulta evidente.

E chiudiamo i “misteri” con la storia del Buffardello che, se non è esclusiva della zona, ha trovato in essa la sua massima diffusione. Ed il suo nome ne spiega in parte le caratteristiche. Perché si tratta di un vento forte (uno “sbuffo”) che alza le persone e le scaraventa lontano,tanto da farle sparire alla vista.

Ma, secondo una certa versione della leggenda, il Buffardello si può anche presentare in forma di stregone,che va nelle stalle a tormentare le bestie. Oppure fa strani giochi con le loro code ocon il fieno di cui si saziano.Chi l’ha visto, giura trattarsi di un piccolo ometto con un cappello in testa. Già, ma quando non fa “casini”, dove sta? Si dice abitinei solai e che di notte ami farsi sentire con il suo continuo camminamento.E a volte, anziché nella stalla, entra nella camera da letto e si siede sullo stomaco del malcapitato di turno, tanto da togliergli il respiro.

Insomma, storie che ricordano quelle degli “incubi” e “succubi” di medievale memoria ed i racconti deimoderni rapimenti alieni…

Bagnone (Massa – Carrara) – I misteri del paese

di Stefano Panizza

Io e Thea, abbiamo appena lasciato la piccola frazione di Iera, dove la leggenda racconta di una storia davvero inquietante. Perché sembra che, nel medioevo, un marchese Malaspina costringesse le giovani e belle ragazze del contado a ballare nude fino all’alba (e gli uomini, padri, mariti, fratelli o chiunque altro si ribellasse faceva una brutta fine). La leggenda tace se il Malaspina in questione fosse quello “cattivissimo” di Treschietto, il paese a due passi. Comunque sia, pare che ogni tanto, vicino alla cappella di San Biagio, orecchi fini possano ancora udire le urla agghiaccianti degli sventurati uccisi dal nobile capriccioso.

Ma ora siamo al capoluogo Bagnone, e vediamo di raccontare quanto di misterioso qui pare albergare.

Così, si dice che, poco lontano dal centro storico, esista una vecchia e fatiscente costruzione, denominata la “palazina”. Un tempo era chiesa e canonica insieme, retta da un parroco che la gente giudicava non proprio uno stinco di santo. Insomma, un avaro, un egoista e dedicato alla cura di un’unica anima, la sua.

Ma, si sa, il fatto che una persona muoia, non significa che se ne sia anche andata. Perché la leggenda racconta che, a volte, dalle parti della derelitta struttura, si veda volteggiare una sfera luminosa. Che sia lo spirito del defunto prete? Molti ne sono convinti. In realtà, dipende da chi racconta la vicenda. Perché, ad esempio, l’ufologo ci vedrà il classico “oggetto volante non identificato”. Certo, il fatto che suopadre si rifiutò di seppellirlo nella tomba di famiglia, depone a favore della prima ipotesi…

In ogni caso, proviamo a chiedere informazioni su questo ed altri fatti. Purtroppo, nessuno sembra conoscere il luogo, neppure chi non è proprio di “primo pelo” e dà l’idea di abitare il paese da sempre. Chissà, forse la vicenda della “palazina” è davvero solo una semplice storia completamente inventata. E non avremo più fortuna su altri, possibili, eventi misteriosi.

Assolutamente vera, invece, è la vicenda della “Santa Croce”. Occorre, dunque, recarsi nella centrale chiesa di San Niccolò, un’imponente struttura settecentesca. A dar retta ad un pannello turistico, posto nei suoi pressi “…tra gli altari laterali, quello di sinistra custodisce entro una teca argentea la reliquia della <Santa Croce>, particolarmente venerata”.

Bene, proviamo allora ad entrare nella chiesa e tendiamo a sinistra. Con sorpresa, notiamo che manca un qualunque riferimento all’importante reliquia. Perché stiamo parlando niente meno che di un pezzettino della Croce su cui, secondo le Sacre Scritture, Gesù fu inchiodato.

Che fare, allora? Chiediamo ad un paio di fedeli che timidamente e con fare penitente si muovono lungo l’unica navata. Nonostante l’accento tradisca una chiara provenienza indigena, nessuno è a conoscenza della custodia straordinaria. Davvero curioso…

Così, cerchiamo di arrangiarci. Guarda e riguarda, individuiamo una possibile allocazione, che presentiamo con il beneficio del dubbio.

 

Usciti, ci sforziamo di approfondire. In realtà, complichiamo ancor di più la faccenda. Ma, almeno,arriviamo ad un punto fermo che, però, nulla ha a che fare con la reliquia. Allora… la chiesa che abbiamo appena lasciato è quella di San Niccolò (con due “c”). Si tratta del rifacimento del vecchio edificio religioso di San Nicolò (con una “c”), ora detta “chiesa del castello”, e che si trova nella parte alta del paese, presso, appunto, il castello. Non molto… a dire il vero. Ma tant’è.

A proposito del castello… privato ed inaccessibile, è circondato dal vecchio agglomerato urbano medievale e, come detto, dalla chiesa originaria. Oggi, della trecentesca struttura appartenuta ai Malaspina, non rimane che la torre cilindrica (il resto è una villa cinquecentesca dei conti Ruschi – Noceti). La raggiungiamo attraversando, prima, il ponte in pietra a schiena d’asino a cavallo di un torrente impetuoso edella sua gola profonda, poi,risalendo la strada acciottolata che attraversa l’antico borgo accuratamente ristrutturato.

Ma, strane presenze abiteranno il castello e la villa? Le fonti scritte, tacciono. E quelle verbali? Purtroppo, non troviamo anima viva, salvo una coppia con cartine geografiche alla mano. Evidentemente, si tratta di turisti che difficilmente possono sapere di certe cose…

Villafranca in Lunigiana (Massa – Carrara) - Le curiosità di MALGRATE

di Stefano PANIZZA

Probabilmente, in questo piccolo borgo toscano non lontano dal più noto Bagnone, sono il castello e la sua torre svettante a far indugiare lo sguardo dei passanti. Perché si notano alquanto bene, lungo la strada che da Pontremoli porta a Massa – Carrara. E, più ci si avvicina, risalendo la via ansata della collina, la loro imponenza diventa manifesta.

Si tratta di una fortificazione medievale costruita dai Malaspina, le cui prime notizie si fanno risalire ad un documento del 1351. Come prevedibile, venne costruita a controllo della strada che congiunge l’Appenino con la Garfagnana.

Purtroppo,oggi, giorno di Pasqua, il castello è chiuso (ma, per quanto abbiamo potuto capire io e Thea, è aperto solo in certi momenti dell’anno).

 

Così, non resta che aggirarci per il piccolo ma grazioso borgo. Le strette viuzze dalle alte pareti, a volte scavalcate da passaggi aerei che collegano dirimpettaie dimore, ci fanno fare l’inevitabile salto nel medioevo.

Passano i minuti, davvero pochi, viste le modeste dimensioni del paesino, ed eccoci in fondo ad una stradina che termina con un curiosa doppia raffigurazione.

La prima, è il bassorilievo di una Madonna a mani giunte, contenuta in una nicchia in forma di volta.

La seconda, ritrae un uomo a mezzo busto dai colori pastello, che mostra un volto appuntito e serioso. Un’immagine quasi infantile. Una data, riportata in basso a destra, forse ricorda quando l’opera è stata realizzata. Ma ad incuriosire non è certo la qualità della pittura che appare davvero modesta. Piuttosto, è la frase che riporta. Sì, perché cita tale Faliero Capineri “studioso e notissimo rabdomante di fama mondiale”.

  

Ma chi era costui?

Vediamo dunque di spiegare la storia di questo curioso personaggio della seconda metà del Novecento, che, in termini più alla moda, potremmo definire uno studioso di geobiologia e geopatologia.

Di professione maestro elementare, scopre, grazie alla sua particolare sensibilità, che certe misteriose radiazioniche il sottosuolo a volte nascondepossono far male alla salute. Non è certo l’unico a sollevare la questione, ma ha comunque il merito di affrontarlain modo indipendente e di divulgarne i contenuti nelle terre lunigianesi.

Quindi, è convinto che certe zone possiedano un che di nocivo ed invisibile. Cosa glielo suggerisce? Il fatto che, in determinati luoghi, persone ed animali si ammalino più della norma (comprese gravi forme tumorali).

Di conseguenza, lì, è meglio non sostare a lungo, e men che meno dormire.

Pubblicai suoi studi ed esperimenti nel libro “L’acqua e il cancro”, soprattutto allo scopo di avvisare parenti,amici e conoscenti, insomma il mondo intero, dei pericoli che possono correre se non fanno attenzione a dove “mettono i piedi”.

Scendendo nello specifico, ma al contempo in estrema sintesi, la sua teoria è questa: “Meglio stare alla larga da certi luoghi dove l’acqua sotterranea scorre in modo veloce. Se invece lo fa in superfice, nessun problema”.

Già… ma, in partica, cosa vuol dire?

Tutto parte dall’idea che la nostra terra sia avvolta da una sorta griglia energetica, con i suoi “meridiani” e “paralleli”. Energia che cambia nel corso del tempo, a causa della rotazione del globo su se stesso e dellasua rivoluzione attorno al sole.

In ogni caso, ci sono dei siti, posti sopraagli “incroci” di questo impalpabile reticolato, che “fanno male alla salute”. Succede quandosono accompagnati da determinate caratteristiche del terreno:fenditure, sacche di metano e, soprattutto,correnti e sorgenti d’acqua sotterranee.

Ma nell’ultimo caso, che è quello che poi ci interessa, perchéquesto succede? Perché l’acqua, scorrendo, cerca disperatamente un passaggio in cui proseguire. E, ovviamente, incontra ostacoli naturali di vario genere, come strettoie e sbarramenti di terra e di pietra. Di conseguenza,rallenta il suo abbrivio, ma continua a spingere con forza per procedere nella corsa. Ciò provoca moti vorticosi ed attriti, che rilasciano energia. Questa, ovviamente,cerca di sfogarsi in ogni direzione, dunque anche verso l’alto, dove l’uomo è presente. E, più veloce è la corrente e maggiore l’acqua coinvolta,più forte sarà l’intensità del fenomeno.

Insomma, la misteriosa ed invisibile “griglia”, formata, come detto,dall’incrocio dei “meridiani” e “paralleli”, si deformaa causa dell’energia rilasciata dall’imprevedibile ed erratico scorrere dell’acqua sotterranea.

Ed una  stortura, cioè una forma naturale sgraziata e disarmonica, come insegna la “geometria sacra”, ha sempre effetti negativi sull’ambiente.

Ma sarà vero? I miei gatti, che sembrano evitare certe zone della casa, saprebbero cosa rispondere…

“Castiglione del Terziere (Massa – Carrara) – il borgo del sogno”

di Stefano PANIZZA.

Il castello ed il suo mastio, la parte più antica, dominano la piazzetta in cui occorre lasciare l’auto e proseguire a piedi. Poi, una breve ma ripida salita, portano al piccolo borgo ed al suo maniero (anche questo chiuso nel giorno di Pasqua e, probabilmente, non solo in questo…).

 

Comunque, da pannelli turistici, apprendiamo che il castello fu edificato attorno all’anno Mille, integrandosi con un insediamento bizantino precedente di alcuni secoli, e posto a difesa, con altre fortificazioni, della città di Luni. Un tempo era detto “dei Corbellari”, dal nome della famiglia che ne ebbe la proprietà per un paio di secoli. Il nome “del Terziere”, invece, pare esser nato nel XIII secolo, a richiamo della terza parte di certi possedimenti toccati in eredità al marchese Alberto Malaspina.

Ora la fortezza custodisce una biblioteca dal valore inestimabile. Ad esempio, possiede uno dei primi incunaboli (si tratta di libri stampati con la tecnica dei caratteri mobili) della Divina Commedia, una lettera autografa di Leonardo ed altri preziosi manufatti.

Il merito di questo e, più in generale, della valorizzazione del piccolo borgo, compreso il restauro del castello, è di Loris Jacopo Bononi, farmacologo, medico e poeta, morto nel 2012.  Successivamente, la sua eredità verrà raccolta dalla compagna, Raffaella Paoletti.

Io e Thea, come sempre, siamo a caccia di notizie insolite, meglio ancora se misteriose. Ma è un problema, visto che il castello è chiuso ed in giro non c’è nessuno. Forse il paese è disabitato, per lo meno nelle stagioni più fredde.

Per fortuna, ad un certo punto individuiamo una signora anziana che sta lasciando il borgo. “Ero di Milano, ma da qualche tempo mi sono trasferita qui. Se ci sono cose strane? Direi di no. Per quanto ne so io, il castello non vanta nessun fantasma e non ci sono neppure leggende che aleggiano sul borgo”.

Insomma, una delusione…

In realtà, saranno gli ultimi minuti di permanenza in loco che ci  riserveranno un curioso imprevisto.

Perché, quasi all’uscita del paese e mentre saliamo ed arriviamo ad un piccolo spazio erboso caratterizzato da una scultura slanciata, succede qualcosa. Vedo Thea visibilmente perplessa, se non addirittura turbata.

Mah… che strano… pochi giorni fa ho fatto un sogno davvero insolito. Risalgo lentamente una via acciottolata che in poco tempo mi permette di raggiungere un prato verde in mezzo al bosco. In quel luogo noto una scultura in forma di colonna o, meglio ancora, un obelisco, che so esser dedicato a Madre Terra. Poco lontano, c’è un signore. Cioè, so che è lì presente, anche se non lo vedo con gli occhi. Così come sono sicura che sia un artista e che componga opere d’arte riciclando quegli oggetti che vedo sparsi nell’erba. Poi non ricordo altro… ma il fatto che non me lo sia dimenticato forse ha un significato particolare…”.

Ma il mistero dove sta?

Sta nel fatto che il luogo in cui ci troviamo ricorda molto il contenuto del sogno di poco tempo prima: salita di sassi, prato, cippo slanciato, senza considerare che ogni via del piccolo paese è tappezzata da piccole e grandi opere d’arte, figlie della passione del Bonomi e della sua compagna.

Sarà solo una singolare coincidenza?…